Questa
pagina WEB ha il fine di dare le
principali informazioni sulla storia dell’isola, sullo sviluppo delle indagini
archeologiche e sul progetto scientifico in corso di svolgimento a cura
dell’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa in collaborazione con altri
Enti di ricerca e Istituzioni preposte alla salvaguardia del patrimonio dei beni
culturali.

Visione aerea del comprensorio Vivara-S.ta Margherita di Procida
L’isola di Vivara
Vivara
è la minore delle tre isole che formano oggi l’arcipelago flegreo. Essa è
collegata con Procida per mezzo di un ponte.
Originariamente,
e probabilmente ancora in età romana, Vivara era unita all’isola di Procida
attraverso un’alta falesia tufacea, dominata da una spiaggia di ciottoli e
sabbia, che la congiungeva al promontorio di S.ta Margherita di Procida.
L’isola
di Vivara infatti non è altro che una porzione dell’originario cratere
vulcanico delimitato da S.ta Margherita, dall’istmo in parte sommerso che
univa Vivara a Procida e da Vivara stessa. Ciò spiega la sua tipica
conformazione semicircolare.
Vivara
è stata fino al ‘600 una sorta di riserva di caccia. Solo nel 1681 fu
costruita sul pianoro sommitale una casa di caccia da parte di Don Giovanni di
Guevara, Duca di Bovino.
È
a cominciare da quest’epoca che inizia lo sfruttamento agricolo
dell’isolotto e l’insediamento da parte dell’uomo, testimoniato anche
dalla costruzione di una serie di nuovi edifici colonici in parte legati alla
casa padronale, in parte sparsi sulla superficie dell’isola.
All’estro
architettonico dell’ingegnere e urbanista più originale che abbia lavorato a
Napoli nella seconda metà dell’’800, Lamont Young, è da riferire la
costruzione dei primi del ‘900, dell’edificio a pianta semicircolare,
elaborazione di un modello di casa girevole, posto al limite sud del pianoro
sommitale ( la cosidetta Tavola del Re) affacciantesi sul versante che guarda
verso l’isola di Capri.
Dopo
il passaggio, nel 1818, della proprietà dell’isola dalla corona borbonica al
comune di Procida, Vivara fu prima ceduta in enfiteusi alla famiglia Scotti,
successivamente (1868) fu da questa riscattata. È durante questi decenni che
Vivara diventa anche presidio francese e vede sulla punta sud, detta di
Mezzogiorno, e in prossimità della punta nord, detta del Capitello, la
costruzione di postazioni militari tutt’oggi visitabili.
Nel
1912 la proprietà dell’isola passa alla famiglia Scotto la Chianca, la quale,
estintasi nel 1940, la lascia in eredità all’Ospedale Albano Francescano di
Procida.
Oggi
l’isola, ancora di proprietà dell’Ente Albano Francescano, è passata, dopo
alterne vicende, in fitto alla Regione Campania che ha il compito, attraverso
l’Assessorato all’Agricoltura e Foreste di garantirne il rispetto quale oasi
per la fauna e la flora mediterranea.
L’isola
è inoltre interamente sottoposta a vincolo archeologico.

L’isola di Vivara, con il ponte moderno che la collega a Procida, vista dal promontorio di S.ta Margherita
La storia più antica dell’isola e le ricerche archeologiche
condotte fino al 1987
L’isola di Vivara, originariamente un promontorio dell’isola di Procida posto in posizione strategica, in età preistorica dominava e controllava, con i suoi 120 m. circa di altezza, contemporaneamente l’imbocco del Canale d’Ischia (e cioè il braccio di mare compreso fra il suo versante occidentale e la penisoletta ischitana dove sorge il Castello d’Aragona), quello del Canale di Procida e l’arrivo di qualsiasi imbarcazione che, doppiata la Punta Campanella, si affacciasse nel golfo di Napoli.
Ricostruzione virtuale del golfo di Genito nel II millennio a.C.
L’isola, inoltre, offriva ai navigli la possibilità di tirare in secco e alare le imbarcazioni almeno in tre punti di approdo, sicuri in ogni condizione di tempo e di mare: a nord e a sud dell’istmo che la univa al promontorio di S.ta Margherita di Procida, all’origine ancora contornato da un’ampia fascia sabbiosa, e, a sud di S.ta Margherita, nel piccolo golfo della Chiaiolella, oggi sede di un porticciolo turistico, all’epoca certamente in buona parte occupato da un arenile di ghiaia e sabbia.
Tutti e tre gli approdi erano ben visibili e controllabili dalla sommità dell’isola.
Verso
la metà degli anni ’30, l’allora giovane archeologo tedesco Giorgio Buchner,
laureando in paletnologia presso l’Università degli Studi di Roma, cominciò
le prime prospezioni archeologiche e i primi saggi di scavo sull’isolotto al
fine di raccogliere dati per la sua tesi di laurea sulla vita nelle isole
flegree dalla preistoria all’età romana.
Le
ricerche del Buchner arrivarono a stabilire che l’isola era stata intensamente
abitata nell’età del Bronzo e che, tranne qualche limitata traccia di età
romana nella zona della sua estrema punta settentrionale (Punta Capitello), era
rimasta disabitata fino alla costruzione, nel 1680, della villa padronale sul
suo pianoro.
Fra i reperti raccolti dal Buchner nel suo saggio di scavo su una delle terrazze naturali sovrastanti la Punta Capitello, oltre a un ricco repertorio di forme ceramiche attribuibili alla cultura appenninica classica (oggi definita, in termini di cronologia relativa, Bronzo Medio avanzato, fine del XV inizi del XIII sec. a.C.) e ad alcune tracce riferibili alla facies protoappenninica (Bronzo Medio iniziale), risultarono di particolare rilievo due frammenti subito identificati come provenienti dalle coeve culture egee e, segnatamente, dalla Grecia micenea.
L’attribuzione di tali reperti al Tardo Elladico II/III li poneva, d’altra parte, fra le testimonianze più antiche relative alle navigazioni greco-micenee in Occidente. Negli stessi anni lo stesso Buchner rinveniva, tra i materiali attribuibili alla medesima facies dell’età del Bronzo provenienti da un originario insediamento posto sull’altura del Castiglione d’Ischia (lungo la costa fra Porto e Casamicciola), insieme a un ricco repertorio di ceramiche di tipo locale, altri tre frammenti di ceramica micenea databili fra il Tardo Elladico II/III e IIIA.
A
questi limitati saggi di scavo, pur fruttuosi e rilevanti, soprattutto per il
fatto di aver documentato contatti così antichi con l’ambiente egeo, non
seguirono negli anni successivi ulteriori approfondimenti. L’area flegrea
assunse infatti particolare importanza in rapporto alle testimonianze, messe in
luce fra Lacco Ameno e San Montano, del più antico emporio greco precedente la
fondazione della colonia nella prospiciente Cuma.
Solo
nel 1975 A. Cazzella, M. Marazzi, M. Moscoloni e S. Tusa, dell’Università
"La Sapienza" di Roma ripresero le ricerche sull’isola di Vivara
sotto il patrocinio della Soprintendenza Archeologica di Napoli e cominciarono
lo scavo regolare dei due nuclei insediamentali più rilevanti collocati sulle
terrazze soprastanti la Punta Mezzogiorno a sud e la Punta d’Alaca a ovest.
Queste
nuove ricerche, condotte attraverso campagne di scavo annuali ininterrottamente
fino al 1982, confermarono e arricchirono i dati già messi in evidenza dai
primi ritrovamenti del Buchner.
Esse
chiarirono definitivamente che il più antico nucleo insediamentale sull’isola
risaliva all’età di passaggio fra il Bronzo Antico e il Bronzo Medio italiano
e si concentrava essenzialmente sulla punta meridionale, detta di Mezzogiorno.
Già nei livelli più antichi si rilevavano qui le tracce di un intenso contatto
con il mondo basso tirrenico, caratterizzato in quest’epoca da
un’altrettanto importante cultura marinara, detta di Capo Graziano, avente il
suo centro nell’arcipelago eoliano.
Frammento di vaso proveniente dalle isole Eolie (cultura di Capo Graziano) messo in luce durante gli scavi dell’abitato preistorico alla P.ta Mezzogiorno.
Nei
livelli di abitazione più recenti comparivano le prime tracce dei contatti con
l’Egeo, rappresentate da numerosi reperti vascolari d’importazione sia di
tipo fine che di tipo corrente. Questi, provenienti per la maggior parte
dall’area peloponnesiaca, ma riferibili in alcuni casi anche alle fabbriche di
Kytera e di ambiente cicladico, risultavano appartenere a quelle produzioni
ceramiche tipiche del periodo di passaggio dal Meso al Tardo Elladico, età che
vede la formazione in Grecia dei primi nuclei elitari, premessa allo sviluppo
delle manifestazioni più complesse (i cosiddetti “palazzi micenei”) del
XIV-XIII secolo a.C.
Alla
Punta Mezzogiorno si rilevavano anche le prime tracce evidenti di un’attività
legata alla lavorazione del bronzo, segno che Vivara (e l’arcipelago flegreo
in genere) a quest’epoca doveva già rappresentare un punto nodale nella rete
di scambi via mare che dal Tirreno centro-settentrionale arrivava fino alle
Eolie, alle coste settentrionali, sud-orientali e centro-meridionali della
Sicilia e, di qui, da un lato alle isole del canale di Sicilia, dall’altro
alle coste dello Jonio fino al golfo di Taranto, punto di transito da e verso le
coste epirote e, a sud, quelle della Messenia.
Punta di freccia in bronzo con innesto a cannone, di derivazione egea, rinvenuta nell’abitato della P.ta Mezzogiorno.
Al
nucleo insediamentale più arcaico di Punta Mezzogiorno si dovette affiancare,
in una fase ancora antica, ma già pienamente sviluppata del Bronzo Medio (il
cosiddetto Protoappenninico avanzato), quello individuato sull’alta terrazza
dominante la punta occidentale dell’isola (Punta d’Alaca) dalla quale si
poteva controllare agevolmente l’accesso al Canale d’Ischia e a quel tratto
di costa che va dal Castello d’Aragona al promontorio di Monte Vico, dove sono
situate le tracce più cospicue di occupazione durante questo periodo.
Contemporaneamente allo sviluppo insediamentale di Punta d’Alaca si deve porre
anche il maggiore sviluppo di quello che dovette essere il nucleo principale
dell’insediamento sull’isola e che certamente occupava l’intero pianoro
sommitale. Questo, ormai irrimediabilmente perso anche a causa delle costruzioni
qui messe in opera verso la fine del ‘600 e del conseguente sviluppo agricolo,
è indirettamente attestato dalle sole discariche ricoprenti l’intero versante
occidentale dell’isolotto.
Immagine di una delle fasi dello scavo archeologico alla P.ta d’Alaca fra gli anni 1976-1982.
Gli
scavi alla Punta d’Alaca, condotti fra il ’75 e l’’82 parallelamente a
quelli alla Punta Mezzogiorno, furono ripresi negli anni ’86-’87, in
occasione della costituzione di un itinerario turistico sull’isolotto di
Vivara. Essi hanno messo in luce quello che potremmo definire il momento di
massimo sviluppo della cultura protostorica di Vivara. Anche se le superfici
scavate sono state relativamente limitate, soprattutto a causa di un interro
(sia moderno che antico) che raggiunge in alcuni punti i 3 metri di potenza, le
strutture parzialmente messe in luce e i reperti recuperati sono stati
d’importanza fondamentale.
Tokens di diversa forma e tavoletta numerica dall’abitato della P.ta d’Alaca: la tavoletta è ricavata da una lastrina di tufo, i takens sono plasmati ad hoc in argilla o sono ricavati da frammenti vascolari (anche micenei) e indicano, con le loro forme e dimensioni, tipi e quantità di beni dei quali tenere memoria.