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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
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IL MASTER GERENZA CONTATTI

Il caso Alfasud

Un'auto che racconta la storia d'Italia


"L'idea di un'auto per il sud è tramontata, ma rimane un dubbio: come sarebbero andate le cose se la Ford avesse ereditato l'Alfa al posto della Fiat?" Antonio Bassolino chiude con questa domanda il documentario "Un'auto chiamata Sud. La vera storia dell'Alfa Romeo e dell'Alfasud", presentato al Suor Orsola Benincasa. Il video di Giuseppe Pesce e Aldo Zappalà, realizzato per la Rai-La Storia Siamo Noi da Village Doc&Films in collaborazione con l'Università, è tratto dalla tesi di laurea "Il Mistero Alfa Romeo. Inchiesta su un mito della storia d'Italia e della sua memoria depauperata" di Valeria Amitrano. Il documentario racconta un capitolo della storia italiana attraverso le vicende dell'Alfasud. "Un'automobile - dice Zappalà - che nel bene e nel male ha segnato un'epoca".

"L'Anonima lombarda fabbrica automobili" nasce a Milano nel 1910. Le sue auto sportive diventano presto un mito, ma non riescono a evitare la crisi nella quale l'azienda cade di lì a poco. Nel '15 a salvarla è Nicola Romeo, un ingegnere napoletano che lega per sempre il suo nome al marchio. Anno cruciale il 1968: per tensioni sociali e disoccupazione, il governo sposta parte della produzione a Pomigliano. L'idea è produrre una nuova auto emblema del Mezzogiorno: l'Alfasud. 1971-1984: dalla costruzione alla distruzione dell'azienda. "Quei 15 anni furono cruciali - racconta il sociologo De Masi -. Quando l'Alfa arrivò si accesero speranze infinite. Tutti volevano essere assunti. Questi uomini erano degli artigiani, ma in azienda finirono per svolgere lavori molto semplici". L'azienda inizia a presentare problemi: la ruggine dei veicoli, una produzione che va a rilento, la nascita di gruppi extraparlamenti come "Potere Operaio" o "Lotta continua" che danno vita a scioperi. E infine il problema della patata: Pomigliano, zona agricola, durante il periodo di raccolta vedeva dimezzare il personale. I cosiddetti "metal-mezzadri".

Le proteste culminano nel 1977 con l'attentato del direttore del personale Vittorio Flick che viene gambizzato. L'episodio grave rimane isolato. Fine degli anni Settanta: l'Alfa entra di nuovo in crisi e dopo "la marcia dei 40mila" iniziano i licenziamenti. In una prima fase si pensa a una joint-venture con la Nissan per creare l'"Arna": la nuova vettura che sfrutta la meccanica dell'AlfaSud. "In realtà solo la scocca proveniva dalla Nissan" rivela Carlo Cavicchi, direttore di "Quattroruote".

Ma i debiti portano l'azienda sul lastrico: l'Alfa deve vendere. La prima a farsi avanti è l'americana Ford. Alla fine però l'Alfa resta italiana e viene comprata per 1050 miliari dalla Fiat. Lo stabilimento è salvo, ma il sogno di un'auto del "sud" è tramontato.

"L'AlfaSud è stata un'occasione persa per parlare bene del Mezzogiorno - spiega Daniele Protti, direttore de L'Europeo -. Gli operai non erano responsabili in prima persona. Ad esempio molti continuarono a conservare il lavoro precedente. Difficile dire come sarebbe andata se la Ford avesse ereditato l'azienda. Il punto è che il mercato statunitense è diverso da quello europeo. Si pensi solo a come Chrysler ora è riuscita a risalire la china, in Italia invece ieri come oggi ci sono troppi interessi da tutelare e mettere d'accordo. La questione Alfa mette in luce la questione delle partecipazioni statali nell'economia. Un caso da studiare. L'abitudine a chiedere aiuti ha disincentivato l'iniziativa privata".

Di tutto altro parere Carlo Cavicchi: "Forse se Ford avesse accettato sarebbe stata una grande occasione per l'Italia e anche per la Fiat che avrebbe avuto finalmente una concorrente".

Daniela Abbrunzo

[9.6.2012 - 08:32]



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