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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Capaci, 30 anni dopo


Ci sono giorni che segnano la storia. Giorni che si fissano nel ricordo e nella coscienza collettiva di un Paese.

Il 23 maggio 1992 è una splendida giornata di sole. Bambine e bambini sono elettrizzati all'approssimarsi delle imminenti vacanze, è sabato, l'indomani non si lavora. In Sicilia e in tutto il Sud si respira voglia di tuffi e sapore di mare.

Le elezioni del 5 e 6 aprile hanno decretato l'avanzata della Lega, al nord, e il successo della Rete, nel Meridione. La Dc resta il partito di maggioranza relativa, ignara della tempesta che da qui ad un anno la spazzerà via.

L'inchiesta Mani pulite è alle battute iniziali; e nessuno, nemmeno i magistrati che la conducono, è consapevole di trovarsi alla fine della prima Repubblica.

Nelle sale cinematografiche James Cameron e Arnold Schwarzenegger fanno incassi record al botteghino con Terminator 2 e Francis Ford Coppola torna sul grande schermo con Dracula di Bram Stoker. Le piazze del Festivalbar e i juke-box a monetine di spiagge e riviere ballano con Double You al ritmo di Please Don't Go. Luca Carboni canta il suo fisico bestiale e gli 883 raccontano l'uccisione dell'uomo ragno, mentre Whitney Houston incanta il mondo con I Will Always Love You.

Giovanni Falcone: il magistrato, le denunce, l'uomo

Il più acerrimo nemico di Cosa Nostra ha compiuto 53 anni da cinque giorni. Ha alle spalle l'istruzione di uno storico maxiprocesso che ha disarticolato i vertici della cupola: quattromila imputati, diciannove ergastoli e duemila anni di carcere. Con il collega Paolo Borsellino, è stato il punto di riferimento del più efficace gruppo di lavoro creato per contrastare il crimine organizzato: il pool antimafia. Nel 1988 ha raccontato questa storia alla corrispondente da Roma per Le Nouvel Observateur, Marcelle Padovani. Tre anni dopo, con lei scrive un libro. Cose di Cosa Nostra, edito in Italia da Rizzoli: un bilancio. Un testamento. Una testimonianza storica.

Pochi mesi prima della pubblicazione, logorato dai contrasti interni alla procura di Palermo, il giudice ha accettato la proposta del ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli e si è trasferito a Roma per dirigere la sezione affari penali di Via Arenula. In queste stanze elabora un disegno di legge che prevede l'istituzione di una procura nazionale antimafia, con l'intento di coordinare e collegare tutte le attività d'indagine sui fenomeni mafiosi.

La moglie

Francesca Laura Morvillo ha sei anni meno del marito. Fanno lo stesso lavoro ed entrambi si trascinano dietro esperienze complicate, rese più difficili dalla mancanza di svago e dalle tensioni in cui sono costretti a vivere. O sopravvivere. Laureata con lode a 22 anni, magistrato al Tribunale per i minorenni, docente di legislazione dei minori, componente della commissione giudicante del concorso in Magistratura.

Si sono sposati nel 1986.

Il 23 maggio è con lui, finalmente. Insieme partono alla volta di Palermo per trascorrervi il fine settimana.

L'"attentatuni"

L'orologio di Francesca Laura Morvillo si ferma alle ore 17:57:48 di quel caldo sabato pomeriggio. E' accanto al marito, che guida la prima delle tre Fiat Croma blindate che percorrono quel tratto di strada.

Il luogo: Autostrada A29, svincolo di Capaci presso Isola delle Femmine (Palermo).

Gli assassini fanno esplodere 500 KG di tritolo per uccidere Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta:

Vito Schifani (27 anni), Antonio Montinaro (30 anni) e Rocco Dicillo (30 anni).

Sopravvivono l'autista del giudice, Giuseppe Costanza, e i tre agenti della terza macchina blindata: Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello.

Totò Riina, il capo dei corleonesi, lo chiama "l'attentatuni". Ed è con questo titolo che Giovanni Bianconi e Gaetano Savatteri ne ricostruiscono i preparativi e l'esecuzione, in un libro pubblicato nel 2001.

Parole indelebili

Il documentario realizzato nell'88 con Claude Goretta all'indomani del maxiprocesso di Palermo lo hanno visto più o meno tutti.

All'estero, quell'enorme operazione giudiziaria destò ammirazione.

In Italia no. Prevalsero sospetti e diffidenze. Si opposero ostacoli. Si manifestarono invidie tra addetti ai lavori.

E a noi di quel documentario e del libro che ne seguì restano incancellabili le risposte del suo protagonista. Specchio di quello che fummo e che, forse, siamo ancora.

Vale la pena riportarne alcune.

"Questo è il Paese felice in cui, se ti mettono una bomba sotto casa e la bomba fortunatamente non esplode, la colpa è tua che non l'hai fatta esplodere".

"Signor giudice", - chiede Marcelle Padovani -, "lei ha paura"?

"L'importante" - è la risposta - "non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza."

"La mafia avrà mai fine"?

"La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni."

Trent'anni dopo

In una recente intervista, Marcelle Padovani ha dichiarato: "Ci sono delle conseguenze talmente positive da cancellare ogni dubbio sull'importanza di uomini come Falcone e Borsellino. L'attuale legislazione antimafia, nata dai criteri e dalle proposte di Falcone, celebrata in tutto il mondo come la migliore e la più efficace contro il crimine organizzato, con il nuovo delitto di associazione mafiosa per esempio e con la creazione di una Procura nazionale antimafia, costituisce la vera eredità di Giovanni Falcone. La repressione, la magistratura e le forze dell'ordine la sanno fare in Italia. Il resto (la prevenzione, l'offerta di un modello di sviluppo e di organizzazione sociale) non spettava e non spetta alla magistratura".

Tuttavia, la straziante conclusione che Falcone affida a Cose di Cosa Nostra è la testimonianza e l'accusa ad un mondo che non è mai cambiato. E forse non lo farà mai.

«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno."

Stefano Ciccarelli

[23.5.2022 - 08:25]



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