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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
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La testimonianza

L'Africa che ha bisogno di noi


"Avere a che fare con la quotidianità di quelle culture ti fa realizzare che ti trovi in un posto in cui la tecnologia sembra lontana anni luce. È stato quasi come prendere la macchina del tempo e tornare nel passato".

Inizia così il suo racconto Daniela Rigatti, 26 anni, studentessa napoletana di psicologia all'Università Suor Orsola Benincasa e volontaria dell'associazione onlus "Africa in testa".

Il progetto nasce undici anni fa da un'idea di Franco Testa, artista napoletano che, dopo numerosi viaggi nel continente africano, si è reso conto di voler aiutare le tante persone che ha conosciuto durante le sue "spedizioni". In primis Testa ha utilizzato i risparmi per acquistare una terra in Tanzania dove poi ha creato una onlus a cui hanno preso parte le "Piccole missionarie eucaristiche", ossia un gruppo di suore il cui quartier generale dell'associazione è a Bagnoli.

Il progetto Africa in Testa nasce ufficialmente nel 2018 quando a Bunda, in Tanzania, è stato creato un villaggio che oggi, grazie alla collaborazione con la diocesi, ospita oltre 70 ragazzini orfani dai 2 ai 14 anni. Il villaggio ospita anche alcuni bambini albini su cui vige una scioccante credenza. Vittime di persecuzioni, violenze, discriminazioni, uccisioni. A causa di bizzarre superstizioni antiche e radicate che li stigmatizzano come persone fuori dal comune, in molte zone del continente africano gli albini sono condannati a una vita segnata da rischi, pregiudizi, enormi sofferenze, esclusione sociale, molto spesso nel silenzio e nell'indifferenza della comunità.

Tramite una raccolta fondi organizzata dall'associazione, nel villaggio in Tanzania sono state create scuole, infermerie e pozzi per l'acqua potabile. È in arrivo anche un poliambulatorio in cui giungeranno tanti medici volontari dall'Italia. Il villaggio di Bunda ospita bambini e dà lavoro ad alcune donne, esterne al villaggio, per potersi sostenere economicamente.

"Per arrivare lì ci vogliono circa due giorni di viaggio - racconta Daniela - Si parte da Roma fino ad arrivare in Etiopia per poi giungere in Tanzania a Mwanza e prendere un bus che in circa tre ore e mezzo arriva nella regione di Bunda in cui c'è la nostra associazione. Io sono arrivata a notte fonda, ero stanchissima e non avevo ancora realizzato di essere lì. La prima cosa che mi ha stupito - continua la volontaria di Africa in Testa - è stato il silenzio assordante e le tante, tantissime stelle visibili facilmente ad occhio nudo. Il mattino seguente, sentendo le voci dei bambini, che si svegliano al sorgere del sole, ho realizzato finalmente di essere in Africa".

Il programma che tiene impegnati i piccoli ragazzini ospiti dell'associazione è ricchissimo. La sveglia suona alle cinque del mattino. "Uno dei motti tanzaniani - spiega Daniela - è "Pole Pole" che significa piano-piano. Secondo gli abitanti di quei villaggi, ogni cosa ha il suo tempo ed è per questo che si svegliano così presto, perché sanno che dovranno fare tante attività. Bisogna sempre rispettare i propri tempi". La prima cosa che fanno i bambini è alzare in alto la bandiera della Tanzania e cantare l'inno nazionale. C'è poi la colazione seguita dalle lezioni a scuola che riguardano l'insegnamento di alcune discipline fondamentali come la matematica, l'inglese, la storia locale e anche l'italiano, che molto spesso è insegnato dagli stessi volontari italiani che si trovano nel villaggio.

"Il primo bambino con cui ho legato si chiama Edward - racconta la studentessa - oggi sono molto affezionata a lui. La cosa che più mi ha colpito di lui è che fosse uno dei bambini più timidi. All'inizio mi guardava incuriosito e sorrideva. Era il più distaccato del gruppo e quando mi sono avvicinata, abbiamo iniziato a stringere un legame. Quando c'era un altro bambino più escluso perché più piccolo, era sempre aiutato da Edward che se ne prendeva cura e cercava di inserirlo nel gruppo dei suoi amici".

Secondo Daniela Rigatti, c'è un grande distacco culturale tra Occidente e Africa e questo si può percepire non appena arrivati lì. "In quei villaggi le donne non sanno neppure il processo che porta a diventare madre. Ho mostrato loro una foto di Roma e sono rimasti increduli, pensavano io venissi da un remoto futuro.

Credono che tutto sia naturale, non percepiscono la violenza. Nella città della Tanzania, invece, c'è più consapevolezza. Tutti gli abitanti sono poveri e comprendono la necessità di rubare per potersi sostenere a livello economico".

Nel villaggio di Africa in Testa sono state create anche delle risaie. Il riso è uno degli alimenti principali e per poter permettere che i bambini ospitati crescano sani c'è bisogno di cibo e cure mediche.

"Tornerò in Tanzania il prossimo gennaio per la terza volta - dice Daniela - Stavolta conto di rimanerci più tempo delle solite tre settimane. Vedere coi propri occhi quei posti, integrarsi con quelle culture, essere consapevoli di aiutare a crescere quei bambini, mi mette tanta gioia. Sono orgogliosa di essere parte attiva di questo progetto".

Enrico Esente

[23.6.2022 - 13:10]



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