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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Chiamatemi Sasą


Sasą č un uomo sui quarant'anni. Tende la mano ai visitatori col sorriso triste e la voce pacata di chi ha imparato a tenere la rabbia lontano dal dolore.

Lo incontriamo nella Chiesa di Santa Maria del Rifugio, in via Tribunali, quartiere San Lorenzo. In questo posto, dal 2011, lavora un'associazione nata dalla volontą ostinata, triste e coraggiosa di "un uomo timido e difficile", come si descrive mentre Sasą stringe la sua mano. Si chiama Marco Cecere. Ma per le donne e gli uomini che lo considerano un'ąncora di salvezza lui č 'l'architetto'.

"Sono laureato in architettura - si schermisce chiedendo quasi scusa. Poi i cattivi rapporti con l'ordine, certe logiche che non ho saputo o voluto accettare, forse il destino, mi hanno portato qui". Il "qui" di Cecere č un laboratorio che espone oggetti e gioielli realizzati in lamiera e materiale riciclato.

Accanto, una improvvisata aula scolastica: con tanto di banchi, sedie, qualche penna e chissą.

Marco, ci racconti la vostra storia.

"Nel 2011, nasce l'associazione SambESiop, in memoria di Samb Modou e Diop Mor, due ragazzi senegalesi uccisi a Firenze da un estremista di destra".

La sede č stata sempre questa?

"All'inizio una sede non l'avevamo nemmeno. Poi, nel 2013, dopo un calvario burocratico, ci autorizzarono ad usare gli spazi di questa bella chiesa".

E cosa fate?

A rispondere č Sashą. "Impariamo l'italiano".

"Quando chi sbarca viene portato in questura per essere destinato in un centro, o solo per ricevere il permesso di muoversi liberamente - spiega Marco -, spesso si consumano veri e propri drammi: donne e uomini che si parlano gli uni sugli altri senza capirsi. Un'umanitą abbandonata a sé stessa".

Perché?

"I migranti conoscono poco o nulla l'italiano. Gli agenti, da parte loro, spesso non sanno l'inglese".

In questure e prefetture non dovrebbero esserci almeno dei traduttori?

"Dovrebbero. Ma l'accoglienza delle persone viene organizzata dagli Stati ospitanti come un fastidio. Una pratica da sbrigare in fretta. Oppure come una redditizia fonte di lucro e sfruttamento. Invece, se le persone riuscissero a comunicare civilmente sin da subito il profondo malessere e le tensioni testimoniate da migranti, operatori e forze dell'ordine sarebbero meno strazianti e irreparabili".

Insegnare la nostra lingua ai migranti č quello che, a parole, ogni politico dice di voler fare per "includere", "integrare" e via dicendo.

Lo Stato contribuisce a progetti come SambESiop?

"Siamo tutti volontari - risponde Cecere. Sopravviviamo con qualche umile sovvenzione e la disponibilitą dei volontari. Nessun contributo pubblico ci č stato mai destinato".

La storia

Sasą parla a bassa voce, quasi temesse di sbagliare.

"In Guinea Bissau siamo quasi tutti contadini. Il riso č croce e nutrimento. Ci facciamo qualunque cosa: la pasta, i dolci. Ma lavorare nelle risaie spacca la schiena. E, spesso, ti uccide senza procurarti nemmeno un pezzo di pane. Poi č arrivata la droga".

La droga?

"I narcos si sono presi il Paese. In questi dieci anni ci sono stati moltissimi colpi di Stato. Nel 2009, fu persino ucciso lo storico presidente Vieira. E quello che c'č adesso, Umaro Sissoco Embalo, č un generale che non va d'accordo con il Parlamento. Se non vuoi fare certe cose devi scappare. Come me. Che da Bissau sono arrivato in Libia e...".

Qui la voce si spegne. Gli occhi si abbassano.

"Mi hanno preso". Dice cosģ l'uomo che abbiamo di fronte. Implorandoci, in silenzio, di non costringerlo a ricordare.

"Non so. Non so come. Sono sbarcato a Lampedusa. Eravamo in tanti. E quelli che avevano fatto il viaggio con me non c'erano pił".

E poi, in Italia?

"Non mi sembrava vero di essere vivo. Ho visto l'inferno. A volte mi perseguita ancora.

Mi sono trascinato per dimenticare. Per non ricordare. Ho lavorato come muratore, lavapiatti, giardiniere. Qualunque cosa per non finire. Per non morire. Perché io dovevo vivere. Per mio figlio, che non ho mai visto. Per il mio Amore. Perché gli ho promesso di farli venire in Italia e stare bene. Insieme, finalmente". E, cosģ dicendo, tocca una piccola spilla che trattiene sul cuore.

Una nuova vita, i ricordi

Marco si avvicina e lo abbraccia.

"Da qualche mese siamo riusciti a dare a Sasą un contratto di lavoro a tempo pieno. E' uno stipendio fisso. Utile anche per il permesso di soggiorno. Non č tanto ma, piano piano, risparmiando...".

"Non č vero che facciamo tanti figli perché siamo poveri - dice improvvisamente Sasą. "A Bissau, quando non c'era niente da mangiare, uscivamo in strada e qualcuno cominciava a cantare pił forte che poteva. Poi arrivava una chitarra e non la finivamo pił".

E lei, Sasą, cantava?

Lui non risponde. Ma l'ombra di una lacrima attraversa questo volto segnato. Quest'uomo sopravvissuto per Amore. Che abbassa gli occhi e sussurra: "Mi hanno detto che una volta anche voi. Anche voi cantavate lontano. Come noi".

Il saluto

Ci allontaniamo. E vorremmo dire a Sasą che sģ, cantavamo anche noi, una volta. Ce lo ricordņ Francesco De Gregori in un brano meraviglioso dedicato ai migranti che fummo. Che non smetteremo mai di essere.

"Mamma chissą se valeva la pena

Fare tanta strada e arrivare qua.

E meno male che c'č qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare.

Se no la nostra vita sarebbe come una barchetta in mezzo al mare.

Dove tra la ragazza e la miniera apparentemente non c'č confine.

Dove la vita č un lavoro a cottimo e un cespuglio pieno di spine".

Stefano Ciccarelli

[18.11.2022 - 18:11]



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