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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
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Da Teheran

"Chi non canta l'inno
non è un eroe"


«Non cantare l'inno ai Mondiali non basta. Quei calciatori non sono eroi». Nahal (nome di fantasia) smonta così l'immagine dei giocatori iraniani che, alla partita inaugurale ai Mondiali del Qatar, hanno scelto di rimanere in silenzio. I video della protesta sono diventati virali e hanno colpito l'opinione pubblica occidentale. Come è possibile che proprio un'attivista iraniana che manifesta contro il regime degli Ayatollah, stronchi quel gesto? Il suo atteggiamento è solo l'ennesima conferma di quanto sia difficile capire l'Iran e di come molte cose siano interpretabili diversamente da come vengono vissute in patria.

Le parole di Nahal

Quando sentiamo Nahal, in Italia sono le 15. È uno dei pochi momenti in cui dall'Iran è possibile connettersi a internet. Le immagini vanno a scatti. La sua voce è bassa, forse per evitare orecchie indiscrete. «Quei calciatori - spiega Nahal - infatti, prima di partire per Doha, sono stati ospitati da Khamenei e hanno incontrato il presidente Ebrahim Raisi. Con loro hanno scattato foto, da loro hanno ricevuto regali, diventando oggetto di tanta pubblicità per la stabilità del paese contro le proteste».

La Ong per i diritti delle donne

Nahal lavorava per una Ong di Teheran il cui scopo, fino a prima di essere chiusa dal regime, era quello di occuparsi dei diritti delle donne. Oggi il suo impegno è quello di raccontare al mondo cos'è l'Iran. Un paese complesso dove l'Islam è solo una piccola parte di una cultura millenaria. «Siamo Persiani, siamo Baluchi, siamo Curdi, siamo Sciiti e Sunniti - dice Nahal - Siamo un popolo di 85 milioni di persone, ostaggio di un regime non religioso ma mafioso».

«La polizia religiosa mi ha arrestate tre volte»

Cosi l'attivista ci racconta la sua esperienza: «Sono stata arrestata tre volte dalla Gasht-e Ershad, la polizia morale religiosa, che ha il potere di arrestare le donne non vestite correttamente. Mi è bastato pagare per uscirne indenne». Non è stata così fortunata invece Masha Amini. La ragazza uccisa a fine settembre proprio dalla polizia morale religiosa dal cui assassinio sono poi scaturite le rivolte.

I giovani liberi solo in casa

«Masha - ricorda Nahal - proveniva da Saqquez, piccolo villaggio nel Kurdistan occidentale. Forse per questo non sapeva come comportarsi con la polizia di Teheran. Qui da noi i ragazzi fanno le stesse cose di voi occidentali ma lo fanno soltanto tra le mura di casa. Fumano, bevono, guardano film proibiti, utilizzando la rete anche se con vpn nascosti».

D'altronde l'Iran fino al 1979 era un pezzo d'occidente nel Medio Oriente. Da quella terra, che fu la Persia, arrivano ancora oggi prodotti culturali che vengono apprezzati in tutto il mondo per la loro originalità e la loro innovazione. La diaspora iraniana ha portato attivisti, artisti, letterati, scienziati in fuga dal regime degli Ayatollah, a contaminare la cultura occidentale.

«L'unica cosa che abbiamo è la speranza»

«Ogni protesta in Iran - sottolinea Nahal - si trasforma in una lotta tragica tra un popolo sempre più povero e un regime sempre più affarista. I gesti che vanno dal taglio dei capelli al rimanere in silenzio durante l'inno, non servono se i leader occidentali continuano a fare accordi con gli stessi che ci ammazzano nelle strade. Chi protesta e scende in piazza - continua - non ha armi, non ha soldi ma ha la speranza che le cose in questo Paese possano cambiare».

Quando Nahal ci racconta delle rivolte di Teheran, del bacio rivoluzionario di Shiraz e delle lotte delle donne iraniane, i suoi occhi si fanno lucidi. Non è tristezza ma è quella speranza di cui ci ha parlato. «Voi siete fortunati - ci saluta Nahal - perché avete, grazie ai vostri nonni, diritti e libertà, quelli per cui scendiamo in piazza a Teheran. Difendeteli».

Enrico Esente Claudio Mazzone

[28.11.2022 - 16:35]



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