InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Disabilità

La testimonianza
"Un caffè con mia madre"


"Le persone con disabilità e i loro familiari non sono angeli né eroi. Ma donne e uomini costretti ad affrontare montagne che non hanno scelto di scalare".

Sono le otto del mattino e fuori piove. Nunzia siede di fronte a me, nello spazio piccolo della cucina. Nelle tazzine, "il caffè migliore del mondo". Il suo. Tengo tra le mie queste bellissime mani, per dare forza e speranza ad un cuore che talvolta non ne può più.

Buongiorno, dice il caffè. Ed io mi chino a sfiorare con le labbra i capelli di mia madre. Per conservarne ancora il profumo. In un istante d'amore tutto per me.

Oggi è il 3 dicembre, mamma. Dal 1992 questa è la giornata che le Nazioni Unite dedicano alle persone con disabilità. Tema di quest'anno: Il ruolo dell'innovazione nell'alimentare un mondo accessibile e giusto.

Cosa ne pensi?

"Che il mondo sarà un posto migliore quando la smetterà di celebrare l'handicap per poi dimenticarsene il giorno dopo. Non voglio sminuire le buone intenzioni di questi signori. Ma ancora troppo spesso fragilità, disabilità e disagio rappresentano vita che nessuno vede. Lo Stato celebra a parole le persone con disabilità. Guadagna applausi esaltandone genialità, tenacia e determinazione. Il giorno dopo, nega diritti e servizi, prestazioni mediche e previdenza sociale, lavoro, spazi di aggregazione e opportunità. Si chiama ipocrisia. E della natura peggiore".

Parlami di te, mamma. Parliamo di questa vita dolce amara.

"Sai quante donne come me potrebbero raccontarti storie più belle?"

Le altre donne non sono mia madre.

"Ma tua madre è una donna come le altre. Scemo tu che non lo capisci".

Va bene, va bene...

"Anzi, una donna nata e vissuta in un paese in provincia di Caserta soffocato da pregiudizi, ignoranza, povertà".

Castel Volturno. Nascere ciechi in un paesino del Sud nel 1983. Cosa significava?

"Una condanna definitiva ad una vita di isolamento. In cui al massimo avresti potuto passare le giornate ascoltando la radio fino ad impazzire. Dipendendo dai parenti in tutto e per tutto. Me ne raccontavano moltissime di storie simili. Non volevo. Dovevo ribellarmi al tuo, al nostro destino".

Avevi un diploma. In quegli anni non era scontato.

"Avrei voluto fare la maestra, ma la vita travolse me e tuo padre. Che non ce la facemmo subito, però. Prima venne un dolore immenso. Fummo a pochi passi dal precipitare in una depressione senza fondo".

Vuoi affrontare l'argomento?

"Tutto quello che ti chiedi nei primi tempi è perché. Perché a me, perché a mio figlio. Pensi all'ingiustizia di un destino che nessuno meriterebbe. Guardi gli altri bambini giocare. Poi, poco a poco, i giorni passano. Asciughi le lacrime. Ti scuoti. Rimetti insieme pezzi di vita, sofferenza, sogni traditi, speranze rubate. E con la forza della vita ti trascini. Fino a tornare a vivere".

Tu e papà eravate impreparati.

"Eravamo distrutti e poveri, perché i soldi non sono mai bastati. Ma dovevamo andare avanti. Così, cominciai a chiedere aiuto, ma negli anni Ottanta del secolo scorso più o meno tutti consigliavano di tenere a casa un bimbo con disabilità. Fino a quando non ricordo chi mi parlò dell'istituto 'Domenico Martuscelli'".

L'istituto per ciechi. Oggi non esiste più. Travolto dai debiti, da cattiva amministrazione e dalla disonestà degli amministratori ciechi che lo hanno retto.

"Alla fine degli anni Ottanta, quel posto ospitava ragazze e ragazzi ciechi provenienti da tutto il Mezzogiorno. Solo che..."

Solo che?

"Non avevo l'auto per accompagnarti a Napoli e tornare a prenderti. Mi dissero che avrei potuto lasciarti a dormire lì. Ma non volevo: pensavo, e penso tuttora, che un bambino abbia il diritto di avere una casa, la sua casa, in cui tornare ogni sera".

E allora?

"Con tuo padre facemmo sacrifici e, alla fine, la macchina uscì".

La Panda.

"Sì. Un'auto d'occasione che tutti pensavano non sarebbe durata un anno. Invece, fu la nostra alleata più preziosa: non la scoraggiarono pioggia, sole, forature e buche di tutti i tipi. Ancora oggi mi chiedo come abbia fatto".

Eri sola?

"No. Altrimenti non so come sarebbe andata. C'erano la nonna e la zia. Poi, arrivò Rosalia".

Mia sorella. Una splendida trentenne, oggi.

"Andavate a scuola in due posti diversi: lasciavo te e accompagnavo lei".

Così facendo, però, hai dovuto rinunciare a te stessa.

"Non c'è stato tempo per pensare. Era qualcosa che andava fatto e bisognava farlo. Perché, se io avessi mollato, nessuno se ne sarebbe occupato e per noi avrebbe significato la fine. Il vociare di fondo sosteneva le solite cose: dal classico 'chi te lo fa fare' al crudele 'tanto non ce la farà a finire le scuole'. A quel punto, però, ti copri la testa e vai avanti senza sentire più niente. Una condizione di cui i caregiver di questo Paese, che affrontano situazioni ben più difficili, sono amaramente consapevoli".

Che non avrei finito le scuole non lo diceva solo il paese.

"No. Lo dissero anche le istituzioni. Quelli che avrebbero dovuto tenderci la mano e salvarci".

Una delle pagine più tristi della nostra vita.

"Una commissione medica incaricata dalla ASL di tracciare un tuo profilo psicologico su richiesta della scuola che voleva mandarti via. Signora - mi dissero -, lei e suo figlio avete bisogno di un sostegno psicologico, non scolastico".

Lo dissero perché, proprio in quegli anni, stavo perdendo anche l'udito.

"Probabilmente sì. Noi soffriamo tanto per la nostra impreparazione. Per poi fare dolorosamente i conti con istituzioni inadeguate che fuggono, si negano o rispondono con crudeltà e insensibilità".

La vita poi è andata avanti. Il diploma, la laurea in Giurisprudenza. Gli esami da avvocato dati e ripetuti senza successo. La disoccupazione. Ed ora la scuola di giornalismo. Non hai avuto tante gioie. La nostra non è stata una storia a lieto fine.

"E invece sì. E non è una fine. Sei diventato un uomo libero. Colto. Hai la possibilità di fare una cosa meravigliosa e bellissima: scegliere. Qualcosa che tante persone, con e senza disabilità, non hanno. Un pensiero che mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni. Un traguardo per cui rifarei ogni cosa. Affrontando nuovamente ogni difficoltà".

Alcune cose sarebbero potute andar meglio.

"Quando eri piccolo, mi facevi una domanda. Sempre la stessa. Te la ricordi?"

Sì. Perché mi piaceva troppo la risposta.

"Coraggio, allora..."

Mamma, dove finisce il mare?

"Dove c'è un lieto fine. E se non è bello, vuol dire che non è ancora la fine".

Stefano Ciccarelli

[3.12.2022 - 07:49]



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