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Al teatro Sannazaro

Da Kafka a Barba: la danza
convulsa di Gregorio Samsa


È tormentata l'esistenza di Gregorio Samsa, il protagonista dello spettacolo "Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa", in scena al Teatro Sannazaro di Napoli dall'8 all'11 dicembre. Rilettura delle Metamorfosi di Kafka, la pièce vede protagonista l'attore Lorenzo Gleijeses per la regia e la drammaturgia di Eugenio Barba, dello stesso Gleijeses e di Julia Varley. Da un'idea dello stesso Lorenzo Gleijeses, coadiuvato da Mirto Baliani e poi proposta a Barba, nasce uno spettacolo in cui si intersecano tre nuclei narrativi: elementi biografici di Kafka, la storia dell'omonimo protagonista del racconto e quella di un immaginario danzatore. Le voci fuori dalla scena sono di Barba, del padre di Lorenzo ovvero il noto Geppy Gleijeses, di Maria Alberta Navello e di Julia Varley. Musiche originali di Mirto Baliani.

Lo spettacolo e il suo protagonista

Gregorio è un atipico ballerino, un uomo che vive della sua danza. Non è una vita semplice, la sua. Le sue giornate sono scandite dal ritmo dell'ossessione, quella per la danza. Non sembra esserci spazio per altro. Ed è così che Gregorio fa la sua prima apparizione sul palco dinnanzi ad un pubblico assorto che non attende altro che conoscerlo.

É buio, un unico cono di luce illumina una piccola porzione di palco: eccolo che appare, prima solo il viso ad intermittenza, poi un gesto, un altro, e poi di nuovo il suo viso, un movimento. Infine, lui con la sua danza. Un elemento disturbante si insinua presto sulla scena: è la sua ossessione che lo porta a ripetere all'infinito la coreografia. Anche quando il maestro, vedendolo sfinito, gli impone di tornare a casa a riposare Gregorio non si ferma e, fra le mura domestiche, continua a provare e a riprovare. Smania di precisione o un impulso patologico?

Non si tratta, inoltre, di movimenti leggiadri, armonici, belli da osservare: le movenze di Gregorio sono spesso disarticolate, i suoi scatti convulsi, i suoi gesti reiterati. Tutto trasuda dolore e uno strano e forte senso di disagio. A questo punto, sorge spontaneo chiedersi il perché, cosa spinga Gregorio in questa routine che a lungo andare, diventa quasi autodistruttiva.

La figura paterna

"Mi sembri un grande insetto che danza", gli disse il padre, una volta, vedendolo ballare. "Un insetto?", si ripete ossessivamente Gregorio nella sua testa. Non furono parole gentili, di affetto paterno e nella mente di un fanciullo in crescita scatenarono un effetto distruttivo. "Con te ho disimparato a parlare", ammette Gregorio , da adulto, mentre tenta senza successo di inviare un messaggio al cellulare del padre. Diventa impossibile per lui comunicare, esprimere la sua rabbia e frustrazione per un'identità mai cresciuta e mai riconosciuta. E l'incubo di diventare un insetto, di trasformarsi in un rifiuto della società da schiacciare o di cui attendere la morte (come nell'originale di Kafka), tormenta Gregorio in sogno, così come lo tormenta la paura di addormentarsi e non presentarsi al suo debutto.

Altri personaggi e simboli

Fisicamente sul palco Gregorio (Lorenzo Gleijeses) è solo, ma non lo è realmente. Gli altri personaggi interagiscono con lui tramite delle voci fuori campo. Il maestro, voce imponente e autoritaria, che ricorda la figura paterna. La sua amata, la voce di una donna dolce e paziente, esausta da un rapporto logorato dall'ossessione. La psicologa, mesta e pacata, che tenta di mostrargli la luce in fondo al tunnel. In ultimo, non per ordine di importanza, le voci nella sua testa, i sogni, i ricordi che in vorticoso turbinio si confondono tra immaginazione e realtà. Ed è proprio su un piano simbolico, tra delirio e ragione, sogno e realtà, reale ed irreale, lotta e accettazione, che si muovono continuamente i passi di Gregorio.

Musiche e oggetti di scena

La musica è un elemento fondamentale dello spettacolo. Non solo scandisce tempi e movimenti ed esprime con climax ascendenti e discendenti gli infiniti moti dell'animo di Gregorio, in quanto riproduce anche semplici gesti della quotidianità.

Nella musica, infatti, che non abbandona mai il protagonista, sono riprodotti anche numerosi effetti sonori come il suono del campanello, il rumore dell'acqua sotto la doccia, addirittura quello lo sciacquone del water, o la sintesi vocale dei vari dispositivi elettronici con cui Gregorio si interfaccia. Numerosi gli oggetti di scena, componenti fondamentali dello spettacolo e che diventano cooprotagonisti dei gesti compulsi di Gregorio. Un televisore che schiaccia l'uomo (metafora della spersonalizzazione dell'io) o i quaderni che l'uomo ad un certo punto, disperato, inizia a mordicchiare rabbioso.

Un'ora e un quarto di performance, intensa e vorticosa, in cui un inarrestabile e abile Lorenzo Gleijeses tiene assorto e attento un pubblico colto e raffinato. Bella l'immagine finale che, un po' a sorpresa, si distanzia dall'originale kafkiano regalando allo spettatore una scena indelebile e una metafora ancora.

Raffaella Grimaldi

[10.12.2022 - 17:49]



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