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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
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IL MASTER GERENZA CONTATTI

Una nuova proposta

I senatori? Scegliamoli così


Ha certamente ragione Renzi quando afferma che un Senato direttamente elettivo non sarebbe espressione del territorio ma del Paese e che, di conseguenza, non potrebbe essere privato di alcuni poteri tipicamente politici (in primis la fiducia al Governo) come quello che si va designando. Bene, dunque l'elezione indiretta. Ma perché, di grazia, gli eleggibili devono essere necessariamente tra gli elettori? Elettori ed eleggibili sarebbero infatti tutti nella schiera dei consiglieri regionali (quelli che in molti casi già non hanno problemi a farsi chiamare "onorevoli"). In questo modo una classe politica che finora non si è particolarmente coperta di gloria, comunque tarata su un determinato livello di rappresentanza, sarebbe chiamata a eleggere al proprio interno il Senato della Repubblica. Chi potrebbe togliere dalla testa di molti aspiranti consiglieri che, una volta eletti, avranno da spartirsi oltre ai consueti tot posti in giunta, tot nella Presidenza del Consiglio regionale, tot nella Presidenza di Commissioni e Gruppi consiliari, anche un tot di posti di senatore? E quale sarà il loro valore? Varrà più la presidenza di una Commissione consiliare di peso o una toga da Senatore? Non credo che ciò sarebbe fare un buon servizio né al Paese, né ai territori e neppure alle Regioni, tanto meno al Senato.

Un'altra soluzione mi pare sia a portata di mano. Il nuovo testo costituzionale mantiene, sia pure limitandone la durata nel tempo, l'istituzione di senatori scelti dal Presidente della Repubblica tra i cittadini che abbiano illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Perché non usare una formula simile, riferita al territorio e aggiornata alla funzione più attiva che ci si attende da loro, per l'elezione indiretta (affidata comunque ai Consigli regionali) dei nuovi senatori? È vero che i meriti dei senatori eleggibili sarebbero valutati dai consiglieri regionali, ma non si può escludere (si deve anzi presumere) una sana gara dei consiglieri e degli stessi diversi Consigli Regionali tra loro per essere rappresentati al meglio nel consesso nazionale. Insomma, è ragionevole pensare che, per questa via, si otterrebbe non un Senato di seconda fila, ma un'Assemblea in grado di rappresentare in maniera adeguata gli interessi dei territori e del Paese.

Si può obiettare che siffatti senatori rischierebbero di dover ricevere uno stipendio, mentre i consiglieri regionali ne hanno già uno loro, alquanto lauto, e perciò non costerebbero. Ma davvero pensiamo che portare a un reddito adeguato alla funzione un centinaio di persone molte delle quali, per avere un passato significativo, sono già dotate di redditi pregressi e permanenti (sarebbe questa una buona occasione per far cessare, per tutti, lo scandalo vero dei cumuli), possa costituire un significativo ostacolo finanziario? Tutto questo mentre si mantiene in piedi la costosissima macchina gestionale di Palazzo Madama, peraltro luogo di esemplari professionalità che sarebbero mortificate da un Senato di basso profilo. Di più, se proprio si volessero risparmiare oltre cento stipendi parlamentari basterebbe metter mano a un abbassamento del numero dei componenti della Camera: perché proprio 630 e non 500?

Una riduzione del numero dei deputati non potrebbe che rafforzare la stessa Camera. Avremmo, in questo modo, un Parlamento complessivamente più snello, efficiente, rappresentativo dei territori allontanando, almeno un po' di più, quella sensazione di casta autopromuoventesi che tanto male fa alle istituzioni di questo Paese.

Lucio d'Alessandro

[22.9.2015 - 13:16]



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