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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
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Banca Mondiale

Dimissioni anticipate
per Jim Yong Kim


«È stato un onore servire come presidente di questa istituzione la cui missione è mettere fine all'estrema povertà». Con queste parole il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ha rassegnato le sue dimissioni dall'istituto con sede a Washington a tre anni dalla scadenza naturale. Un addio del tutto inaspettato e - in apparenza - immotivato.

Kim non ha spiegato ufficialmente i motivi che lo hanno portato a lasciare la presidenza della Banca, limitandosi ad informare che a partire dal 1 febbraio si occuperà di investimenti in infrastrutture nei paesi in via di sviluppo per conto di un fondo privato.

Non è difficile, però, capire cosa potrebbe nascondersi dietro la sua decisione. In primis, le frizioni con il governo americano.

Jim Yong Kim, americano di origini coreane, sin dall'insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump ha subito forti pressioni governative. Motivo: le politiche economiche dell'istituzione che - secondo il presidente Trump - agevolavano troppo la Cina a svantaggio degli Stati Uniti.

Una prassi consolidata vuole che il presidente della Banca Mondiale sia un americano e che il suo nome sia indicato dal presidente degli Stati Uniti (il board dei governatori della Banca si limiterebbe a ratificare la decisione presidenziale). In questo modo chi siede alla Casa Bianca piazza a capo di una delle più importanti istituzioni finanziarie del pianeta un forte alleato. Assai utile quando si tratta di imporre le proprie politiche economiche a livello internazionale.

Peccato però che Kim, voluto nel 2012 alla World Bank dall'allora presidente Barak Obama, abbia ricevuto il 27 settembre 2016 l'ok per un secondo mandato che sarebbe scaduto nel 2022. Due mesi dopo gli americani decisero di cambiare rotta e mandare alla Casa Bianca Donald Trump. Il nuovo presidente non ha perso tempo e da subito ha iniziato ad attaccare frontalmente l'istituzione e la sua presidenza.

Nell'ambito della più ampia guerra alla Cina - fatta di accuse di spionaggio, guerra commerciale e delegittimazione pubblica - gli uomini dell'amministrazione Trump accusavano l'istituzione internazionale di concedere troppi prestiti agevolati al gigante asiatico.

La battaglia tra il governo degli Stati Uniti e la presidenza della World Bank non poteva andare avanti per molto. Così, secondo indiscrezioni, si sarebbe arrivati ad un accordo non scritto tra il board dei governatori della Banca e il ministro del Tesoro americano Steven Mnuchin: in cambio delle dimissioni del presidente e di una più generale riforma organizzativa, gli Stati Uniti si impegneranno ad aumentare i fondi concessi all'istituzione finanziaria. La Banca Mondiale - il cui obiettivo primario è concedere prestiti finanziari ai paesi in via di sviluppo con lo scopo di combattere la povertà - a inizio 2018 aveva presentato un piano per raddoppiare le sue attività, portando gradualmente il monte prestiti complessivo dai circa 60 miliardi di dollari del 2017 ai 100 miliardi previsti entro il 2030. A gestire tutti quei soldi, però, non poteva essere un nemico di The Donald. Da qui le pressioni, gli accordi segreti e, alla fine, le dimissioni.

Dal prossimo mese Kim sarà sostituito dall'attuale Ceo della Banca Mondiale, Kristalina Georgeva. In attesa della prossima mossa di Trump.

Mario Messina

[8.1.2019 - 16:54]



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