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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

"Nido di vespe"

Quando la storia
rivive sulla scena


A Roma, in via dei Lentuli, c'è una fila di alberi Ginkgo biloba. Una rarità, uno degli alberi più antichi al mondo le cui foglie rappresentano un toccasana contro la cattiva memoria. Proprio dalla memoria rinasce il quartiere Quadraro, proprio alla memoria si appella: «Una cosa vi si chiede quando passate dal Quadraro, non dimenticatevi i fatti del 17 aprile 1944». Lo fa con incontri nelle piazze, nelle scuole e nei teatri, con il racconto e i momenti di condivisione, sportiva e non. Lo fa con uno spettacolo teatrale, "Nido di vespe" di Simona Orlando per la regia di Daniele Miglio, in scena al Teatro Argentina di Roma in data unica il 15 aprile. Un pezzo del mosaico del ricordo a 75 anni da quella data che cambiò la storia di un quartiere e di un'intera città.

Q44, una sigla che contiene una storia iniziata nel 1944. Noto "covo" di partigiani, renitenti alla leva, sabotatori e oppositori al regime e per la sua conformazione urbanistica fatta di stradine, cunicoli, baracche e casette basse abitate soprattutto da sfollati, emigrati e disoccupati, il quartiere a sud-est della capitale si prestava per quanti volevano nascondersi o, all'occorrenza, scappare velocemente. «A Roma ci sono solo due posti se vuoi nasconderti: il Vaticano e il Quadraro», diceva il console tedesco. È lì, nel "nido di vespe", com'era soprannominato il quartiere, che la rappresaglia tedesca lancia la sua offensiva. All'alba del 17 aprile comincia l'Operazione Balena, inizia il rastrellamento. Tutti gli uomini in salute dai 16 ai 55 anni vengono deportati per ordine del generale Kappler. In poche ore 947 uomini sono trasferiti prima in prigionia negli studi di Cinecittà, poi caricati sulle camionette verso i campi di lavoro tedeschi. Al petto il triangolo rosso dei prigionieri politici, che si affiancava a quello giallo degli ebrei, quello marrone destinato ai rom e quello rosa agli omosessuali, «un po' di arlecchino in mezzo a tutto questo nero».

In scena sette attori, uomini e donne (Daniele Miglio, Fabrizio Bordignon, Emanuele Cecconi, Emanuele Capecelatro, Patrizia Ciabatta, Vittoria Rossi, Valentina Di Odoardo, Angela Brusa accompagnati al pianoforte da Massimo Gervasi). Il racconto, che alterna la recitazione alle testimonianze in video dei superstiti e dei familiari, alterna quello dei prigionieri a quello delle donne rimaste in casa e costrette a inventarsi una sopravvivenza quotidiana fatta di piccoli espedienti per superare fame e dolore. Madri, figlie, sorelle rimaste le uniche abitanti del quartiere in attesa del ritorno degli uomini piangendoli e chiamandoli con una sola voce e un solo pianto, perché «le voci delle madri disperate so tutte uguali». Con la liberazione, alcuni faranno ritorno. Altri mai più. Una memoria fatta di storie e di impegno in un grande ingranaggio collettivo. Per ribadire, si legge nelle note di regia, «ancora una volta di più, che se comprendere è impossibile, conoscere è necessario».

Valentina Ersilia Matrascia

[17.4.2019 - 10:13]



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