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Contro l'odio

Carola, Mahmood e Camilleri opere d'arte
I murales "sociali" di Tvboy a Taormina

Le tre opere di street art di Tvboy a Taormina


"Muri puliti, popoli muti" recita un vecchio adagio. Non è questo il caso. I muri d'Italia parlano, anzi urlano. Anche i migranti sbarcano sulle mura delle città italiane: tra opere di street art, graffiti e murales anche la questione migratoria diventa soggetto e oggetto d'arte e racconto di una società che cambia. A Taormina è Tvboy a portare, non senza polemiche, tre nuove installazioni: il cantante Mahmood, il maestro Andrea Camilleri e la capitana della Sea Watch, Carola Rackete.

Filo conduttore tra le tre opere immigrazione e intolleranza. Se per il vincitore di Sanremo, che ha ispirato l'opera "San Mahmood" affissa in via Giovanni Di Giovanni, il movente è la campagna di odio subita dopo la vittoria al festival, per lo scrittore agrigentino recentemente scomparso il riferimento è a una citazione contro chi semina odio, "L'altro non è altro che me stesso allo specchio".

A destare maggiore scalpore e polemiche la Santa Carola protettrice dei rifugiati. La trentunenne tedesca al comando della nave della ONG Sea Watch, ribattezzata il "vero capitano", viene ritratta in Via Crocefisso con una cassetta di primo soccorso "First Aid" e un bimbo tra le braccia, a ricordare quasi una Madonna.

Nemmeno 48 ore dopo la realizzazione, l'opera diviene oggetto di vandalismo da parte di un esponente locale della Lega, l'avvocato leghista Giuseppe Perdichizzi che ha rivendicato il gesto con un selfie. Il volto della capitana e del bambino vengono coperti con della vernice nera e un biglietto: «Noi stiamo col lo Stato italiano e la Guardia di Finanza, gli assassini in galera. Prima gli italiani e chi li difende. Grazie Matteo».

Il famoso street artist panormita trapiantato a Barcellona non è l'unico a usare l'arte come mezzo di contestazione e per riportare alla luce dei riflettori le storie delle vittime delle traversate in mare e le vicende legate ai grandi naufragi degli ultimi anni. Sul solco dell'azione artistica collettiva di paternità ignota contrassegnata dall'hashtag #quiriposa che ha preso il via dalle strade di Napoli per poi raggiungere diverse città italiane e non solo, nasce Santi Migranti, il progetto fotografico di arte pubblica di Massimo Pastore.

Sacro e profano si intrecciano e si abbracciano per entrambe gli artisti nel racconto della attualità di un fenomeno che affonda le sue radici nell'alba dei tempi. «C'è una forte necessità da parte degli artisti» racconta Pastore «di parlare attraverso i propri lavori del contemporaneo. Non credo che si possa essere artisti in una condizione politica e sociale di questo tipo, così delicata e non occuparsi di temi come le migrazioni. Gli artisti sono contemporanei perché parlano del contemporaneo e lo raccontano». La contestazione alle politiche anti-migranti messe in campo dal governo soprattutto dopo «l'ennesima vergogna del 'decreto monnezza' (decreto sicurezza bis), anticostituzionale sotto molti punti di vista» parte da una S, quella che Pastore antepone a quell''anti' rendendo positivo un concetto negativo trasformandolo in 'santi'.

I Santi Migranti, da Patrizia, compatrona di Napoli che partì da Costantinopoli per sfuggire ad un matrimonio imposto dal padre naufragando sull'isolotto di Megaride a Brigida di Svezia oggi Compatrona d'Europa, avvolti in una coperta isotermica, popolano nelle installazioni dell'artista le vie di Bruxelles, Lampedusa, Venezia, Riace, Matera, Napoli, Roma, Cosenza e Palermo. Al momento, le rappresentazioni di personaggi che, per i più svariati motivi, migrarono sono ventisette.

Valentina Ersilia Matrascia

[16.8.2019 - 09:11]



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