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ATP Cup

I due bad boy e i loro padri ingombranti


"I cattivi ragazzi". Quelli che non renderanno giustizia al tennis post Federer, Nadal e Djokovic. Quelli che sono talmente arroganti e viziati da infischiarsene del politically correct. Dall'ATP Cup, i due Next Gen Alexander Zverev e Stefanos Tsitsipas ne escono con questa poco gloriosa etichetta difficile da scollare. Un'etichetta che forse gli è stata affibbiata con eccessiva fretta da chi si è dimenticato che, per due che insieme non arrivano a quarantaquattro anni, deve essere struggente accorgersi che la via per la gloria non è lastricata solo di successi.

Classe 1997 il tedesco, un anno più piccolo il greco, nel giro di due giorni i due rampanti "biondi della racchetta" si sono resi protagonisti di due episodi poco edificanti da vedere in televisione. Ha cominciato Sascha, nella partita di domenica giocata proprio contro Stefanos. Sotto di un set e un break, il ventiduenne di Amburgo - che già aveva distrutto una racchetta sul finale del primo parziale - si è rivolto al padre-allenatore Alexander Sr riempiendolo di intraducibili improperi in tre lingue diverse (tedesco, russo e inglese), sotto gli occhi interdetti del suo capitano Boris Becker. Pochi minuti dopo, papà Zverev è stato inquadrato in lacrime a bordo panchina.

Ieri, la risposta del ventunenne di Atene: dopo aver perso il primo set nel match contro Nick Kyrgios, Tsitsipas ha quasi spaccato la racchetta addosso al padre-allenatore Apostolos, costretto poi a essere medicato per le schegge che lo hanno colpito e tagliato. Una scena talmente trash da richiedere l'intervento di mamma Julija, che non ha resistito alla tentazione di rimproverare il figlio in mondovisione.

Le due scenate figlio-padre sono simili nella misura in cui Sascha e Stefanos si somigliano fisicamente. Cioè poco e niente. Nel marasma di insulti e lacrime, Zverev Jr ha "spiegato" al papà quale fosse il problema: «Mi hai mentito. Non riesco a servire. Tutto il resto del mio gioco funziona, ma non riesco a servire» (la traduzione è ovviamente edulcorata da parolacce). Il tedesco si riferiva chiaramente al suo problema con la seconda di servizio. Un colpo con cui, al momento, Zverev colleziona una decina di doppi falli a partita. Presentatosi nel circuito maggiore come il primo nato negli anni '90 a vincere due Master 1000 di fila (Roma e Montreal nel 2017) e vincitore delle ATP Finals nel 2018, Sascha è stato schiacciato dalla sensazione del predestinato, di chi, a ventidue anni, non è più un adolescente, ma non ha ben capito quando ha smesso di esserlo. Ed è inutile (e forse anche scontato e vagamente predatorio della privacy) prendersela con i post su Instagram e le fidanzate interscambiabili. I guai del tedesco vivono tra campo da tennis e i meandri della sua mente. Nothing else.

La sbroccata di Tsitsipas, invece, nasce da motivazioni diverse. Il greco è arrivato in Australia da fresco vincitore delle ATP Finals ed è alla ricerca di una soluzione per alzare l'asticella senza perdere troppo tempo. A Brisbane, però, Stefanos ha smaltito definitivamente la sbornia londinese. Lì sono cominciati i dubbi: e se il 2020 dovesse essere l'anno del fallimento e non della consacrazione? Con questo pensiero in testa è facile diventare particolarmente suscettibili in campo. Del resto, già a fine dicembre, il greco aveva distrutto la prima racchetta della stagione in un'esibizione ad Abu Dhabi contro Nadal - non esattamente una finale Slam. È evidente che Tsitsipas stia cominciando a sentire la pressione di chi è chiamato a confermarsi ad alti livelli (a Melbourne tra due settimane difende una semifinale, per dire). L'esempio - guarda caso - di Zverev nel 2019 è ancora fresco per non pensare che il greco abbia avuto (e tutt'ora abbia) il timore di finire preda delle stesse insicurezze. Ed è altrettanto palese che, in una simile condizione psico-fisica, al sempre più collerico Stefanos non serva un padre-allenatore che continua a parlargli di sopra anche quando lui proprio non vuole ascoltarlo (durante le Next Gen ATP Finals del 2018 spaccò le sue cuffie per non sentire il coaching di papà-Tsitsi).

Anche chi non ha in simpatia questi due tennisti così simili ma così diversi non può negare che Zverev e Tsitsipas siano due talenti purissimi. Sia ben chiaro: i loro comportamenti a Brisbane non sono in alcun modo giustificabili. Hanno sbagliato e dovranno scusarsi con i loro papà prima che con i fan e gli spettatori. Ma Sascha e Stefanos - aspiranti bad boys per carattere, ma anche per caso - forse meritano un po' di comprensione, senza doverne per forza stigmatizzare, condannare e mettere alla gogna le racchette spaccate e gli urlacci. In fondo, chi è che a ventuno/ventidue anni non è ambivalente nei confronti dei propri genitori? Chi è che da un lato vorrebbe rimanere piccolo per sempre, ma dall'altro vorrebbe emanciparsi e dimostrare di sapersela cavare da solo? Papà Zverev e Apostolos non saranno mai due allenatori nel senso convenzionale del termine. Saranno sempre e prima di tutto due padri che vedono i figli perfetti, che cedono alla tentazione di vivere la vita al posto loro e che si disperano quando non riescono a trovare soluzioni ai problemi dei loro bambini. In fondo, è quello che fanno tutti i genitori del mondo, da quelli con i figli famosi a quelli che vivono la quotidianità lontano dal clamore e dalle telecamere. Ma, sempre a ventuno/ventidue anni, alcuni dubbi, alcune insicurezze, alcuni "momenti no" si superano soltanto guardandosi dentro con maturità, senza chiedere l'aiuto di papà. Prima i due biondi - che pur hanno due forti personalità e lo hanno dimostrato più volte negli ultimi tre anni - lo imparano, prima potranno lasciarsi alle spalle queste querelle che distolgono il pubblico dal loro talento. Anche perché, in fondo, chi ama lo sport accende la televisione anche per questo: per i drammi, per le lacrime, per vedere i propri preferiti toccare il fondo e poi vincere ancora. Altrimenti sai che noia tifare per quegli atleti robot che non perdono mai e non sembrano avere emozioni.

Michela Curcio

[8.1.2020 - 17:50]



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