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Giampaolo Pansa

La firma più discussa
del giornalismo italiano


Giampaolo Pansa è stata una delle figure più discusse e criticate del giornalismo italiano. È morto a 84 anni dopo aver attraversato mezzo secolo di giornalismo. Piemontese, si laureò in Scienze politiche all'Università di Torino con una tesi intitolata "Guerra partigiana tra Genova e il Po", poi pubblicata come saggio. Diventa in poco tempo uno dei punti di riferimento della stampa nazionale dopo l'esordio nel 1961 su La Stampa a soli 26 anni. Nel corso della sua carriera lavorerà per Il Messaggero, Il Corriere della Sera e Repubblica.

Editorialista e inviato speciale, è un personaggio controverso soprattutto per i libri in cui dava dignità "ai vinti" delle Guerre Mondiali. Giorgio Bocca lo definì "un mascalzone, un falsario e un mentitore", parlando della sua opera "Il sangue dei vinti", il saggio storico in cui Pansa ripercorreva i crimini compiuti dai partigiani, un argomento difficile e spinoso e che male era stato digerito dalla comunità intellettuale, soprattutto quella di sinistra. Il libro fu visto quasi come un tradimento da parte dei suoi seguaci, che avevano visto in lui un'icona del giornalismo impegnato, anche e soprattutto politicamente. Il racconto di uccisioni e stupri compiuto dai partigiani si unirono allo stile limpido del cronista che divenne così un animale da classifica, rendendo i suoi libri dei veri e propri successi e inaugurando un ciclo dei vinti.

Dai detrattori fu accusato anche di essersi venduto a Silvio Berlusconi per inseguire il sogno di un incarico importante nel mondo editoriale, e di aver utilizzato fonti inventate e di seconda mano. In realtà, si è sempre difeso il giornalista, le storie raccontate erano vere e le aveva raccolte nel corso di alcune ricerche.

Nel 1969, con un altro saggio, però, le cose non erano andate così male: "L'esercito di Salò", che poi fu ristampato con il titolo "Il gladio e l'alloro" ricevette critiche positive, nessuno, quindi, si sarebbe aspettato un cambio di prospettiva negli anni successivi.

Dino Messina lo scorso anno sul Corriere della Sera, nello scrivere una recensione sull'ultimo libro del giornalista "Quel fascista di Pansa", rispose a molti degli interrogativi e delle critiche che ruotavano attorno all'ex cronista: secondo Messina, infatti, Pansa diede semplicemente voce alle sofferenze di quella parte di italiani che combatterono dalla parte sbagliata e a cui fu negato per sempre il ricordo, come confermato proprio dallo scrittore su Repubblica: «Dopo tante pagine scritte sulla Resistenza e sulle atrocità commesse dai Repubblichini mi è sembrato giusto vedere l'altra faccia della medaglia. Ossia quel che accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica sociale».

Elvira Iadanza

[14.1.2020 - 17:01]



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