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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
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41 anni dalla morte

Mario Francese, una vita
da cronista di giudiziaria


Quarantuno anni fa la mafia uccideva l'allegro cantastorie di cronaca nera. Era il 26 gennaio 1979 quando sei colpi di pistola tolgono la vita a Mario Francese, cronista di giudiziaria de Il giornale di Sicilia. Nelle sue inchieste c'è la mafia degli affari e il racconto dell'ascesa dei corleonesi. È lui a occuparsi della strage di Ciaculli e di quella di Viale Lazio, della prima guerra di mafia, del processo ai corleonesi del 1969 e della ricostruzione post terremoto del Belice.

È Francese a denunciare, in un'inchiesta in sei puntate, le collusioni mafiose dietro la costruzione della diga Garcia che doveva sorgere su terreni dei cugini Salvo, legati al democristiano Salvo Lima, per opera della misteriosa società RiSa. Una sigla che sembra una firma: Riina Salvatore. Una scoperta che gli costò la vita perché la sua determinazione nell'indagare il rapporto tra mafia e politica, dietro la gestione degli appalti, lo mise faccia a faccia con "il dittatore della mafia" e i suoi interessi.

Artigiano della notizia e cronista che consumava le suole delle scarpe, Francese era sempre sul posto a fare domande e a intessere rapporti e legami con il grande acume investigativo che lo contraddistingueva. Riuscì a intervistare, e fu l'unico, la maestrina di Corleone, Ninetta Bagarella in Riina. Cosa che, sicuramente, ne indispettì ulteriormente marito, il capo dei capi.

È Giulio Francese, figlio di Mario, oggi presidente dell'Ordine dei Giornalisti di Sicilia e all'epoca cronista de Il diario, a scoprire rientrando a casa un capannello di persone intorno ad un cadavere coperto da un lenzuolo. Da giornalista si rivolge agli agenti presenti per conoscerne l'identità e riferire al giornale. È Boris Giuliano, capo della mobile, a prenderlo sottobraccio e rivelargli la terribile verità: «È tuo padre, Giulio». Un fulmine a ciel sereno per la famiglia con cui il giornalista minimizzava con ironia le intimidazioni subite.

Per vent'anni la sua morte rimase senza colpevoli. Se a dare la prima svolta alle indagini furono le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, quella definitiva arriva dalla caparbia voglia di giustizia di Giuseppe Francese, secondogenito del cronista che all'epoca del delitto aveva solo dodici anni. Ripartendo dagli articoli di suo padre e dalle sue inchieste, mise insieme i fili delle vicende trovando collegamenti tali da far riaprire "il caso Francese" e portare alla sbarra l'intera cupola di Cosa nostra (Salvatore Riina, Michele Greco, Pippo Calò, Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Matteo Motisi e Leoluca Bagarella come esecutore materiale). Compiuta la sua battaglia per la verità, nel 2002 Giuseppe Francese si tolse la vita lasciando il suo addio in un biglietto: «Ho svolto il mio compito, ho fatto il mio dovere, vi abbraccio tutti, scusatemi».

«Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado», diceva sempre Mario ai suoi colleghi prima di uscire dalla redazione. Quasi sicuramente lo fece anche quella sera del 26 gennaio, per l'ultima volta lasciando oltre al suo saluto anche l'eredità di un modello di giornalismo ancora oggi apprezzato da molti lettori e colleghi.

Valentina Ersilia Matrascia

[26.1.2020 - 18:46]



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