InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Francesco

Affrontare la metropoli a 30 anni
e ridiscutersi "solo per amore"


Per uno che viene da una piccola città di provincia in una regione, come la Basilicata, un po' dimenticata e un po' sottotraccia, trasferirsi all'improvviso, dopo mesi di incertezze, alla soglia dei 30 anni, in una metropoli da 1 milione e mezzo di abitanti, è una scommessa. Una scommessa che, non lo nego, faceva un po' paura. Per fare cosa poi? Per un master biennale in giornalismo, che significava imparare (poco perché, come tutti, ero nella convinzione di conoscere già il mestiere visto i precedenti 5 anni di militanza sul web), ma perdere anche 2 preziosi anni che avrei potuto occupare per trovare un lavoro, sia da giornalista ma sia un lavoro "vero".

A diversi anni dalla laurea, tornare tra "i banchi di scuola" non era una cosa molto allettante, ma dopo aver provato invano a cercare un praticantato in qualche redazione (non lo fanno, non esiste alcuna possibilità), l'unico modo per ottenere quel dannato tesserino da giornalista professionista era rimasto quello di iscriversi ad una Scuola di Giornalismo.

Potevo sterzare ad ovest, a Napoli, città originaria di parte della mia famiglia, dove avevo più affetti, e allora vabbè, proviamoci. Un posto gratuito nella residenza universitaria a pochi minuti dalla redazione, buone chance di entrare.

Poi il trasferimento, una residenza nei temuti Quartieri spagnoli e la (poi scopertasi insensata) fobia della malavita. A luglio, il 2, un giorno speciale per la mia città, il primo passato lontano, si comincia. Nel caldo bestiale che solo Napoli può regalare d'estate, via alle prime due settimane di "studio", studio inteso come conoscenza dei luoghi, dei mezzi, del modus operandi e, soprattutto, di quegli spocchiosetti con cui avrei dovuto passare 2 anni.

Io so già scrivere, ho già lavorato per il web, la TV e la radio non le ho mai fatte ma non mi interessano, tappiamoci il naso e andrà tutto bene.

E invece poi ho scoperto che le mie certezze erano costruite su un terreno parecchio argilloso. Gli altri 8 (in principio 10 ma qualcuno ha deciso, forse anche a ragione, solo il tempo potrà dirlo, di cambiare strada) sono diventati tra i miei migliori amici e so che me li porterò dietro, con grande gioia, fino alla fine. I direttori, i professori, i tecnici, poi, mi hanno sbattuto in faccia una realtà che non immaginavo: scrivere, montare video, parlare al microfono o davanti alla telecamera, sono una scienza abbastanza esatta, e quello che pensavo di sapere, in molti casi era sbagliato.

E allora sotto con articoli di giornale stracciati con sdegno, urla per balbettii e vocali troppo aperte, righe di attacchi troppo prolissi sfrondate senza pietà, paroloni che non si usano più dall'attentato di Gavrilo Princip cancellati con disonore e piano piano, mi sono reso conto di avere delle qualità (non troppe eh) che non sospettavo nemmeno. Poi (uno) stage, (il secondo adda venì causa coronavirus) in RAI, dove mi sono stranamente sentito all'altezza, qualche notizia imbroccata bene, qualche soddisfazione e poi tanta pratica. Tanta pratica che ha fatto diventare la qualità una buona abitudine, cosa che non si vede da tutte le parti, nemmeno nelle grandi redazioni.

In mezzo tante pizze, tante birre, tante serate, qualche lacrima da stress, tanto problem-solving, qualche gioia e persino 2 o 3 capelli bianchi. Finché non siamo stati letteralmente sbattuti fuori dalla redazione da un virus cinese che ci ha tolto la triste gioia di salutarci in questo ultimo giorno che, invece, abbiamo passato tutti a casa davanti ad un PC.

Due mesi duri, fatti di barcamenamenti tra Skype, Zoom, regie remote, cuffie che si scaricano, microfoni che non funzionano, anche se alla fine, all'ultimo momento, ce l'abbiamo sempre fatta. E allora l'informazione non si ferma: il TG dalla cameretta, il GR registrato col cellulare, le interviste via telefono. E siamo arrivati al 30 aprile, l'ultimo giorno di questo meraviglioso viaggio.

Ora che succederà? La cosa migliore è non poterlo sapere. La lontananza dagli amici con cui si è vissuto in simbiosi negli ultimi 2 anni, il non poter più scrivere, speakerare, riprendere, fare gli stand-up, condurre, o anche solo discutere di politica, di sport o del maledetto documento di economia e finanza, non farmi più prendere in giro dal direttore Camilli per la mia felpa o anche solo affacciarsi un po' a guardare il Vesuvio da Corso Vittorio Emanuele, mi mancherà molto, ma da domani inizia un nuovo viaggio. Un viaggio che, prima o poi, ci porterà a Roma per l'esame di Stato e poi, si spera, in qualche redazione dove potremo continuare a fare quello che più ci piace, preferibilmente finché morte non ci separi. E badate bene, non per soldi... ma per amore.

Francesco Gucci

[30.4.2020 - 18:35]



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