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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Il reportage

Primo giorno di Fase 2 a Cosenza
tanta paura, pochi bar coraggiosi


«Dobbiamo ricominciare, l'Italia deve ricominciare. Certo, in questo primo giorno di riapertura abbiamo avuto meno clienti, abbiamo dovuto ridurre gli ordini dei prodotti, come il latte per il cappuccino, ma qualcuno è passato per un caffè prima di andare in farmacia o in banca». La proprietaria del bar e gelateria Le Vele allunga il resto a un cliente che paga una bottiglia di birra. Posa gli spiccioli su un posacenere, per evitare il contatto ravvicinato. All'esterno, i tavoli sono sistemati a due metri di distanza, come stabilito dall'ordinanza diramata la sera del 29 aprile dal presidente della Regione Calabria Jole Santelli. Ordinanza che consente a bar, pasticcerie, pizzerie, ristoranti e agriturismi di riprendere a «somministrare il servizio con tavoli all'aperto», come si legge nel testo del provvedimento. Una fretta che non è piaciuta al Ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia che si è affrettato ad annunciare l'inevitabile diffida. E ha aggiunto: «Questa fuga in avanti non aiuta nessuno e non aiuta i calabresi».

Di fronte a Le Vele, il proprietario di Panino Genuino, panineria locale molto attiva nel delivery anche durante le settimane più dure dell'epidemia, sistema i tavoli e supervisiona la costante attività di sanificazione. «Speriamo - dice - che qualcuno venga a mangiare da noi già da stasera. I numeri, effettivamente, fino a ora sono stati bassi», si lascia sfuggire con rammarico.

Sono sprazzi di una Cosenza che, comunque, assomiglia più a una città fantasma che a una realtà entusiasta di ricominciare. A pochi passi, Piazza Bilotti - per tutti noi locali Piazza Fera - giace in un inquietante silenzio. La procura ne ha disposto il sequestro il 24 aprile. A essere oggetto di indagine, gli atti che illustrano la procedura di collaudo e i lavori di intervento di riqualificazione e ri-funzionalizzazione ricreativo-culturale della piazza. Niente più sedie colorate per una sosta all'aria aperta, niente più bambini che corrono o che giocano con il pallone. Tanto comunque il coronavirus non avrebbe permesso gli assembramenti - parola di cui ormai abbiamo indelebilmente imparato il significato.

Circumnavigo le transenne, per riappropriarmi di una quotidianità che si è interrotta cinquantacinque giorni fa, quando mi sono - in pratica - auto-quarantenata, a volte nella mia casa, molte altre soltanto nella mia stanza. «Non sono d'accordo con l'ordinanza della governatrice Santelli, è troppo presto per riaprire», dice il proprietario di Beef&Wine, griglieria un tempo in posizione privilegiata. «Al momento - spiega - stiamo effettuando soltanto servizio di macelleria. E poi, se anche volessi riaprire, i miei tavoli sono sotto sequestro della procura», sorride amaramente.

Per raggiungere il cuore della mia Cosenza ho attraversato per intero Corso Mazzini, via principale della città, fiore all'occhiello del passeggio calabrese. Ho incontrato qualche persona, soprattutto anziani. Mi ha consolato vederli prevalentemente "bardati" con mascherine FFP2, quelle che più proteggono dal coronavirus. Mi ha innervosito vederli camminare in coppia, a volte persino in trio. Tornando verso Piazza Kennedy incrocio due fidanzati. Sono sprezzanti del pericolo, camminano a braccetto. Lui ha persino la mascherina abbassata. «Si potrà far visita ai congiunti soltanto a partire dal 4 maggio», vorrei ricordargli. Taccio per non innescare polemiche.

Di fronte ai tavoli desolatamente vuoti del bar Salotto, un tempo bar Kennedy, mi colpisce l'immensità della guerra che, ordinanze o lockdown, passeggiate o clausure, stiamo vivendo da due mesi. L'esercizio commerciale è chiuso. "Andrà tutto bene", leggo sul cartello. Significa che i proprietari non hanno neanche avviato le attività di sanificazione obbligatorie prima della riapertura. «Va bene, tanto allo spritz ho rinunciato da settimane», penso tra me e me. Una signora anziana si avvicina alla farmacia adiacente. Si ferma sull'uscio e aspetta. Non capisco se stia rispettando una fila o abbia paura di entrare a chiedere le medicine. La fotografo. Mi sembra una bella immagine - ovviamente nel senso estetico del termine.

Il sole comincia a calare e a Corso Mazzini c'è qualche persona in più. «Finalmente si torna alla normalità», grida un ragazzo impegnato in una diretta su Instagram. Si blocca quando si accorge di essere osservato. Bar e pizzerie sono ancora chiuse. Persino la libreria Mondadori ha le luci spente. E dire che avrebbe potuto aprire già da due settimane. Evidentemente, qui in Calabria ancora regna la paura.

Soltanto verso la fine della strada intravedo un'altra attività aperta. «Questa - mi spiega il proprietario - è una situazione ambigua. I bar possono effettuare servizio ai tavoli, ma la gente comunque non può uscire se non per motivi comprovati. Oggi ho avuto pochi clienti, ci vorrà tempo per tornare alla quotidianità».

Salgo su Piazza Santa Teresa, un tempo cuore della movida di Cosenza. Mi intristisco: con i miei amici avevamo trascorso una vigilia di Natale all'aperto ed ero tornata a casa epicamente sbronza. Mi chiedo se sia giusto chiamarli "congiunti". Mi accorgo che, comunque, non importa, tanto siamo sparpagliati per l'Italia e l'Europa. Abbiamo deciso di comportarci da cittadini responsabili e di rimanere in quarantena nei nostri luoghi di lavoro. Tutti quanti.

Unico locale coraggioso, il Primadì, all'interno del quale regnano i disinfettanti e i mocho per pulire i pavimenti. «Da stasera - racconta il proprietario - ripartiamo con l'asporto, da aggiungere alla possibilità di chiedere il delivery già in atto dalle scorse settimane. Per sistemare i tavoli all'aperto aspetto una direttiva più chiara che concili le prescrizioni del governo e della Regione». E conclude: «Attualmente, comunque, potrei sistemare soltanto due tavoli nello spazio esterno».

È l'ora del tramonto e, lentamente, risalgo a piedi verso casa. Mi fermo davanti la casa di uno dei miei "congiunti", l'unico amico attualmente in quarantena a Cosenza. Lo chiamo e lo invito ad affacciarsi dal balcone, quel balcone luogo simbolo del lockdown italiano. Quel balcone dal quale abbiamo cantato prima, acceso luci poi, gridato tutta la nostra disperazione infine. Lui dal suo ha srotolato un'enorme bandiera italiana.

Continuo a camminare e gli occhi mi si appannano, il respiro si fa affannato. La mascherina è davvero fastidiosa. C'è un unico bar aperto su Viale della Repubblica: è quello che prepara i caffè per medici e infermieri dell'Ospedale Annunziata. Magari anche per quelli che lavorano nel reparto di malattie infettive. Davanti al Conad c'è la fila. Una fila tutt'altro che calabrese: le distanze di sicurezza sono rispettate, nessuno si lamenta per l'attesa. Mi sembra di essere in un film di fantascienza.

A pochi metri dal mio cancello, passo davanti all'edicola. Non vedo il proprietario da Natale, per mesi mi ha conservato i libretti di poesia che ogni venerdì fino alla fine di gennaio sono usciti con il Corriere della Sera. Mi fermo sull'uscio, saluto e gli chiedo come sta. «Si va avanti», risponde. «Mi hanno sempre permesso di rimanere aperto e allora continuo a lavorare. Guanti, mascherina e gel disinfettante. E si va avanti».

Michela Curcio

[30.4.2020 - 21:50]



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