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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
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IL MASTER GERENZA CONTATTI

Roma

Intitolare una fermata della metro C
al 'partigiano nero' Giorgio Marincola


«Quella di Giorgio Marincola è innanzitutto una storia di amore per la libertà e per il nostro Paese. Non solo ha contribuito alla Liberazione di Roma ma ha continuato la sua azione al Nord dove morì per mano dei nazisti. Si sarebbe potuto fermare e invece ha scelto il bene collettivo rispetto a quello personale». A lui, al 'partigiano nero' nato in Somalia e ucciso dai nazisti in Val di Fiemme, si propone l'intitolazione della fermata della metro C di Roma di prossima apertura in via dell'Amba Aradam, quella che ricorda uno dei momenti più tragici della repressione della resistenza etiope all'occupazione italiana.

È Massimiliano Coccia, giornalista di Radio Radicale e dell'Espresso, a lanciare sui social la proposta che ha raccolto le immediate adesioni di Roberto Saviano, Cristian Raimo, Igiaba Scego, Paolo Masini, Carlo Greppi, Helena Janeczek fino a pezzi della politica romana. «In particolar modo - racconta Coccia - i consiglieri comunali del Pd Marco Palumbo e Giovanni Zannola hanno intenzione di presentare una delibera in consiglio comunale. Ho lanciato una raccolta firme su Change per raccogliere i tanti attestati di impegno giunti in queste ore. Appena la proposta ha iniziato a girare in modo ampio ho avvertito anche una collaboratrice della Sindaca Virginia Raggi. Staremo a vedere».

Una proposta che nasce contemporaneamente alle azioni di alcuni attivisti antirazzisti che, in seno alla mobilitazione Black Lives Matter nata negli Stati Uniti, mettono in discussione i simboli del passato coloniale e schiavista. Tra le azioni messe a segno nella capitale, anche l'intitolazione a George Floyd - il giovane afroamericano ucciso il 25 maggio scorso dalla polizia di Minneapolis - e a Bilal Ben Messaud - migrante morto a Porto Empedocle il 20 maggio mentre cercava di raggiungere la Sicilia - di Largo dell'Amba Aradam e di Via dell'Amba Aradam accompagnata dal cartello "Nessuna stazione abbia il nome dell'oppressione". «È nata - aggiunge - in modo abbastanza istintivo perché vedendo le proteste di questi giorni che hanno attraversato anche Roma, dove finalmente si mettono in discussione simboli del nostro passato coloniale e del fascismo, ho pensato che la dedicazione di una stazione della metropolitana alla figura di Giorgio Marincola avrebbe potuto incarnare i valori antifascisti e al tempo stesso l'antirazzismo. Credo che per troppo tempo la storiografia abbia vissuto all'ombra di quel privilegio bianco che dobbiamo sradicare. La difesa quasi unanime di Indro Montanelli ne è la prova: si difendono scelte deprecabili perché tutti sanno che il privilegio di Montanelli se viene meno fa cadere il privilegio morale del bianco che in virtù della sua posizione di forza può fare quello che vuole».

Una figura che per la sua originalità e per la sua forza «non è solo - spiega Coccia - un simbolo ma è dimostrazione che non si è italiani per dichiarazione o nascita territoriale o per il privilegio bianco della pelle. Storie come la sua ci aiutano a comprendere molto del presente e di quello che in modo vile e conservatore questo Paese nega ovvero le nostre responsabilità durante gli anni del colonialismo, la costruzione di un Paese dove il razzismo sistemico è cifra di tutto dalla politica fino alla cultura».

Un ponte quindi tra passato e presente, tra storia e attualità, come ha dichiarato lo stesso Roberto Saviano, infatti, «Giorgio con la sua lotta ha liberato il nostro Paese, e se fosse un ragazzo del 2020 sarebbe nelle piazze con le centinaia di suoi coetanei a gridare "Black Lives Matter". Per questo, intitolargli una stazione della metropolitana significa creare un ponte fortissimo tra passato e presente, tra liberazioni di ieri e liberazione, necessaria, di oggi. La politica sia coraggiosa, almeno una volta».

Corsi e ricorsi della storia di cui fare memoria ma in maniera consapevole. «Dobbiamo - spiega Coccia - anche ripensare il modo di fare memoria perché le celebrazioni ormai non interessano più a nessuno. Ad esempio, due storici come Carlo Greppi e Francesco Filippi battono tantissimo su questi punti: sfatare i miti e costruire una consapevolezza che abbracci passato e presente. Oggi non basta più dirsi antifascisti, bisogna esserlo. La storia come un moto perpetuo tende a ripetersi, l'umanità compie gli stessi errori da millenni, noi stessi tendiamo nel nostro privato a poggiarci sulle nostre debolezze, fare memoria significa rimettersi in discussione».

Valentina Ersilia Matrascia

[22.6.2020 - 17:21]



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