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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
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Calcio

La speranza di una Serie A che riparte
tra porte chiuse e misure di sicurezza


«Il campionato ripartirà con Torino-Parma per ricordarci che ci sono cose più importanti del calcio», così recitava su Twitter un post pubblicato dal gestore dell'account satirico Unfair Play. Invece, sarcasmo a parte, la Serie A è mancata a tutti. I tifosi più accaniti hanno rivisto, seppure in televisione e non dagli spalti, un diverso genere di congiunti, ossia i calciatori delle loro squadre del cuore. Chi, invece, ha sempre pensato che lo sport sia un hobby triviale per uomini desiderosi di affermare il loro machismo e per donne in conflitto con la propria femminilità ha avuto e avrà per le prossime sei settimane l'occasione di ricredersi e di allontanare per un po' le angosce che stanno caratterizzando il periodo del post-coronavirus in Italia.

Torino e Parma, Verona e Cagliari, Atalanta e Sassuolo, Inter e Sampdoria: queste sono le otto squadre che sono scese in campo nei match di recupero della venticinquesima giornata di campionato. I risultati non sono poi così importanti. Per la cronaca, i granata hanno pareggiato 1-1 contro i ducali, continuando a rimanere nelle sabbie mobili della zona retrocessione, gli scaligeri hanno vinto 2-1 contro la squadra di Zenga e sono sempre più in quota Europa League, la Dea di Gasperini ha segnato quattro gol ai malcapitati neroverdi di De Zerbi - inutile la rete della bandiera di Bourabia - e i nerazzurri di Conte sembrano essere tornati in corsa per lo Scudetto dopo il 2-1 ai doriani di Ranieri.

Nel silenzio delle porte chiuse, però, a rimbombare con forza dirompente sono state le emozioni. Quelle forti, quelle che si ritroveranno nei libri di storia. Quelle che segnano una generazione. N'Koulou al Delle Alpi di Torino e Lukaku a San Siro che segnano e si inginocchiano per George Floyd, le lacrime trattenute a stento dai giocatori di Atalanta e Sassuolo mentre allo stadio risuonano le note di Rinascerò, la canzone composta da Roby Facchinetti per la sua Bergamo: due immagini su tutte che dimostrano quanto lo sport avesse bisogno di ripartire. Se si sceglierà di essere coraggiosi e maturi, nel post-coronavirus, il calcio potrà avere un ruolo da non sottovalutare: potrà e dovrà essere speranza e distrazione. Gli spalti vuoti non devono avvilire, devono essere lo specchio di fronte al quale immaginarsi milioni di italiani che vogliono allontanarsi dal lutto, dalla paura e dalla sensazione di quotidianità mutilata anche soltanto per due ore. Chi pensa che una partita di Serie A abbia senso soltanto se lo stadio è sold-out non tiene conto di tutti quei tifosi che, anche in condizione di non-emergenza sanitaria, non hanno la possibilità, per lavoro o per problemi economici, di sobbarcarsi gli oneri di una trasferta. Chiedere la ripresa del campionato non è un atto egoista o sconsiderato. Ovviamente, sarà fondamentale inculcare bene in testa a tutti i calciatori l'importanza di sottostare ai rigidissimi metodi di controllo sanitario. Non bisogna aver paura di chiedere a Cristiano Ronaldo e compagni di vivere in un regime di semi-quarantena fino ad agosto e non bisogna tirarsi indietro nel rimproverare chi si azzarderà a suggerire che le misure di sicurezza sono eccessive. Perché la Serie A possa terminare in sicurezza saranno necessari tamponi quasi giornalieri sui giocatori e controlli quasi ossessivi della temperatura corporea per tutti coloro che si troveranno a lavorare tra campo e stadio. Sarà, poi, altrettanto indispensabile vigilare su eventuali tentazioni ad assembrarsi tra compagni di squadra. Ma, oggi, con una curva dei contagi in costante calo e con la speranza che la ferita di quasi 35.000 morti per coronavirus abbia insegnato anche alla persona più irresponsabile che è necessario mantenere le distanze fisiche e indossare la mascherina, forse è quasi un dovere provare a ripartire. A giocatori e allenatori, in fondo, si chiede di riprendere il proprio lavoro, spendendosi, nell'unico modo a loro disposizione, per ricostruire un Paese che prima o poi sentirà il bisogno di svago senza che questo voglia dire mancare di rispetto a chi non è sopravvissuto allo tsunami coronavirus.

La buona notizia è che in campo, espulsione di Gasperini contro il Sassuolo a parte, fino a ora si è visto un fair play da post-apocalisse. Un comportamento esemplare, un messaggio diretto a chi non crede nel potere terapeutico dello sport. Bisogna essere realisti: è probabile che questo clima all'insegna del volersi bene svanirà presto. Tra pochi giorni già ci saranno presidenti che parleranno di campionato falsato - a naso saranno quelli che non riusciranno a raggiungere gli obiettivi che si erano prefissati a inizio stagione - e ci saranno allenatori che si lamenteranno per i troppi infortuni nelle loro rose. Ci saranno polemiche arbitrali e ci saranno gossip da spogliatoio. Si discuterà di Cristiano Ronaldo che non segna, del Sarriball che alla Juventus non si è mai visto, del fu Milan che vinceva tutto, della pazza Inter, di Immobile che punta al record di gol di Higuain, di come gioca l'Atalanta 2.0 che vince e convince per la sua Bergamo. Anzi, se ne sta già parlando. Non è forse un segnale di pseudo-normalità ritrovata? A patto di rispettare le sacrosante direttive sanitarie, quest'occasione non va sprecata.

Michela Curcio

[22.6.2020 - 17:37]



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