InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Chiamati 'untori'

I dipendenti Bartolini si difendono
"Il vostro corriere non è contagioso"


Untore. Un marchio infamante da portare addosso come una lettera scarlatta, un'ingiuria senza prove che compare sul parabrezza di alcuni mezzi della ditta di consegne Bartolini BRT dopo il focolaio di Coronavirus - che conta al momento oltre 100 casi - scoppiato in un magazzino dell'azienda a Bologna.

Gli episodi ormai sono giornalieri, a raccontarli sono gli stessi protagonisti attraverso i social. «Non ho parole. Siamo gli stessi che fino a pochi giorni fa soddisfavano la tua noia compulsiva. Siamo gli stessi che prima che cominciasse tutto trattavi come amici. Appena la faccenda si è fatta seria (fra qualche anno sapremo veramente cosa è successo), però, ci dicevi di lasciare il pacco sullo zerbino senza nemmeno aprire la porta», racconta Roberto nel gruppo "Vita da Corriere". «Il massimo - continua - è stato quando dovendo fare un ritiro mi sono inciampato sul pacco che mi avevi lasciato davanti all'ascensore».

C'è chi, per evitare rischi, sceglie di non ritirare i pacchi se a consegnarli sono i corrieri di Bartolini. Un cartello davanti al cancello di casa basta a comunicare la scelta. Altri li accettano ma con modi scostanti. «In troppi mi trattano come un untore e mi guardano storto», racconta al quotidiano Nuova Ferrara, Manuele, un corriere espresso del Ferrarese. «Non tutti a dire il vero. C'è anche - aggiunge - chi mi ha chiesto come sto e questo mi ha fatto molto piacere, ma altri hanno esordito con frasi tipo "stai lontano che voi Bartolini siete tutti infetti". Vorrei ricordare che se fossi infetto, non sarei al lavoro. Il nuovo focolaio è alla filiale di Bologna, io come i miei colleghi veniamo da quella di Ferrara, dove siamo tutti sani. Vorrei rassicurare tutti: il vostro corriere non è contagioso».

Un lavoro non facile che risente anche di questa campagna di odio e paura per chi ha permesso che il paese non si fermasse totalmente anche nei giorni del lockdown. «Già di per sé - si legge tra le testimonianze e gli sfoghi affidati alla pagina social - è un mestiere molto faticoso: 10 ore di furgone, per strada senza un bagno, senza un bicchiere d'acqua, un pasto o un caffè. Si esce con la paura di essere contagiati e di portare a casa, dalla propria famiglia, questo virus così devastante. Ti spogli sull'uscio, entri di corsa e ti tuffi in doccia per lavarti, non abbracci i tuoi figli e tua moglie perché hai paura, così anche chi ha genitori anziani. La notte non si riesce a dormire per la preoccupazione del domani ma comunque la sveglia suona di nuovo e la giostra ricomincia a girare. Risali sul furgone e continui, sempre più spaventato ma devi lavorare perché l'Italia chiama».

Se durante il lockdown l'Italia che «canta dai balconi e ringrazia gli eroi, peccato però che noi non siamo mai stati nominati» resta chiusa in casa, le vendite degli e-commerce crescono a discapito del decreto per il quale era possibile acquistare soltanto materiale sanitario, medicinali e beni di prima necessità. «È iniziato l'acquisto compulsivo. Si acquista la qualunque per sentire almeno un poco di normalità, così ci si ritrova con il triplo di consegne, ma a distanza, senza firma sul palmare e con le dovute precauzioni. Malgrado ciò, ci sono persone, purtroppo la maggior parte, che insultano e additano chiamandoci "untori", presi a male parole, trattati male. Sono giorni terribili, sottoposti a stress mentale e fisico esagerato, il corriere continua il suo lavoro, a testa china».

«Certo, abbiamo un lavoro al contrario di molti ma questa non deve essere una guerra tra poveri», aggiunge Roberto. Una guerra fatta di indifferenza «e la cattiveria di chi, appresa la notizia, ti distrugge con una semplice ed unica parola, dimenticando che tu sei tra quelli - mai citati - che hanno continuato a prestare il proprio servizio, consegnando le mascherine che indossano, i camici ai medici negli ospedali, i presidi sanitari e i medicinali, ma mai ringraziato. E pensare che bastava solo cambiare questa parola abominevole (untore, ndr) con "grazie"».

Valentina Ersilia Matrascia

[29.6.2020 - 17:04]



Email Stampa Facebook Twitter Reddit LinkedIn Pinterest Mix Tumblr Bufferapp




RSS

© 2003/20 Università degli Studi Suor Orsola Benincasa Napoli · P.Iva 03375800632 · Versione 4.2 · Privacy
Conforme agli standard XHTML 1.0 · CSS 3 · RSS 2.0