InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Wimbledon /1

Venti anni di finali da leggenda
per consacrare il mito dei Fab 4


In principio furono l'era Borg a fine anni Settanta e lo strapotere di Pete Sampras negli anni Novanta, poi Federer detronizzò Pistol Pete strappandogli anche il primato nell'albo d'oro, prima che il triunvirato Nadal-Djokovic-Murray iniziasse a regnare su Londra: a Wimbledon raramente c'è stata gloria per gli outsider. Tanto che Ivanisevic e Hewitt, ultimi due vincitori nei Championship prima che, dal 2003, si instaurasse la dittatura dei Fab 4, erano rispettivamente un ex numero 2 del ranking e il numero 1 più giovane della storia del circuito maggiore.

La diciannovesima tappa del viaggio di Inchiostro tra gli amarcord dei tornei di tennis cancellati per Covid-19 è dedicata ai ricordi più dolci (e più amari) dello Slam più nobile in calendario.

Wimbledon 2001 - Goran Ivanisevic b. Patrick Rafter 6-3, 3-6, 6-3, 2-6, 9-7

133 anni di storia di Wimbledon, un'unica wild card in grado di portare a casa il trofeo. Ivanisevic non è un outsider qualsiasi. Nel 1992 ha perso in finale contro un Agassi ventiduenne e mai veramente a suo agio sul Centrale. E le delusioni contro Sampras nel 1994 e nel 1998? Pistol Pete e Goran sono cresciuti insieme, in campo hanno uno stile di gioco simile, ma uno ha in bacheca sette Championship, l'altro neanche uno. Nel 2001, gli organizzatori dello Slam londinese si chiedono: perché non concedere al croato un'ultima chance? Ivanisevic, però, ha un grande problema: la sua spalla si rifiuta di funzionare in campo. Chi mai prevedrebbe a Church Road un vincitore over 30? Gli scommettitori invece si chiedono: se il suo trionfo è quotato 150 a 1, vuoi mettere il gruzzolo che ci si porta a casa se si azzecca la previsione? A Wimbledon Goran trema, quanto trema. Trova Moya già al secondo turno, l'emergente Roddick al terzo turno, Safin nei quarti di finale. Nel frattempo, un teenager svizzero, testa di serie numero 15, di nome Federer, supera, dopo cinque set e al termine di uno scontro generazionale destinato a essere un unicum, il campione uscente Sampras. Succede anche che, nel frattempo, Rafter e Agassi si auto-distruggono in semifinale. Non che Goran possa approfittarne, visto che Henman non gli dà tregua per tre giorni e cinque set, il croato ringrazierà per sempre la pioggia. È il lunedì della finale - una rarità. Sliding door: Ivanisevic serve per il match e commette due doppi falli. Torna l'incubo del 1992. Nel 2001, invece, l'impulsivo e collerico croato, respira profondamente, riprende le palline incriminate e scaccia i fantasmi. Non è più: "il giocatore più talentuoso a non aver mai vinto il Championship".

Wimbledon 2002 - Lleyton Hewitt b. David Nalbandian 6-1, 6-3, 6-2

«Prima volta a Londra? Lascia che ti mostri i nostri campi. Vedi, quello è il Centrale. Magari tra un paio di anni anche tu potrai avere il privilegio di calcarne l'erba in finale». Chissà se un tour turistico del genere è stato offerto al diciannovenne David Nalbandian, al debutto nel Major più nobile del calendario. Libero, folle e incosciente come soltanto un teenager può essere, l'argentino decide di burlarsi di chi pensa non sia pronto per Wimbledon. Nel frattempo Sampras e Agassi perdono al secondo turno - Pistol Pete addirittura lascia Londra dopo una (dis)onorevole sconfitta contro il lucky loser svizzero Basti - e anche Safin non è in giornata contro Rochus. E il grande atteso Federer? È già stato sconfitto all'esordio dal qualificato Ancic. Nalbandian vive una seconda settimana Slam da montagne russe: prima i due tiebreak al cardiopalma contro Arthurs negli ottavi di finale, poi quell'inquietante vizio di lasciarsi rimontare due parziali di vantaggio sia contro Lapentti nei quarti di finale che contro Malisse in semifinale. «The David experience», verrebbe ribattezzata oggi. Per l'argentino, però, il sogno si infrange in finale. Dall'altra parte della rete c'è Hewitt: ex bimbo prodigio, spigoloso australiano che sa come gestire la pressione del Centrale, numero 1 del ranking al quale non basta uno US Open in bacheca. I sofferti quarti di finale contro Schalken sono già un ricordo nella mente di Lleyton. «Non avevo idea di come si giocasse sull'erba», ricorderà Nalbandian di quella partita. In effetti, raccoglierà sei giochi in poco meno di due ore. Campanello d'allarme per tutti coloro pensano stia nascendo una nuova stella.

Wimbledon 2003 - Roger Federer b. Mark Philippoussis 7-6, 6-2, 7-6

«Mai oltre un quarto di finale negli Slam». «Che ne è stato di quel teenager con il codino che sconfiggeva Sampras nel suo regno?». «Riuscirà Federer a non diventare l'ennesima promessa smarrita di questo sport?». Che ridere, oggi, leggendo questi commenti. Eppure il Roger non ancora Re che nel 2003 si presenta a Londra, pur avendo impressionato per colpi e carattere, non ha ancora vinto trofei di rilievo. Unico acuto in carriera (fino a quel momento), il Master 1000 di Amburgo nel 2002 - titolo che, tra l'altro, l'elvetico non è riuscito a difendere a maggio. Nel mezzo, la morte del suo storico allenatore, Peter Carter, in un tragico incidente stradale. A Wimbledon Roger non è mai stato così solo con se stesso. Un match alla volta e un giorno alla volta, avrà pensato sconfiggendo, nell'ordine, il coreano Lee, l'austriaco Koubek, lo statunitense Fish - l'unico a strappargli un set - lo spagnolo Lopez, l'olandese Schalken, l'altro americano Roddick. Avversari ampiamente alla portata di Federer, ma - si sa - in uno Slam è facile crollare se ci si sente troppa pressione sulle spalle. Affrontare Philippoussis in finale è per Roger un'occasione da non lasciarsi sfuggire. L'elvetico la coglie con cinismo e freddezza. In campo trae la sua forza da quei fantasmi che gli ricordano tutto ciò che altrimenti perderebbe: non un semplice titolo Slam, ma la fiducia nel suo talento. Così nasce una leggenda.

Wimbledon 2006 - Roger Federer b. Rafa Nadal 6-0, 7-6, 6-7, 6-3

Al termine di quella domenica storica per l'Italia, la Nazionale di Lippi vincerà il suo quarto Mondiale di calcio, ma Cannavaro e compagni ancora non lo sanno. Nel pomeriggio, invece, va in scena l'atto primo del Fedal sull'erba. Federer stravince a Londra da tre anni. È il favorito per ripetersi ancora, inseguendo il record di Borg. Nadal non ha mai brillato a Wimbledon, ma non si sta forse pretendendo l'impossibile da un ragazzo che ha già due Roland Garros in bacheca, il primo dei quali conquistato da neo-maggiorenne? I Championships 2006 diventano presto una "guerra dei mondi", strizzando l'occhio a Steven Spielberg. Ai nastri di partenza dello Slam londinese non manca nessuno. Ci sono Henman e Agassi, travolti subito dai Fe-dal, con buona pace di chi ama il vintage. Ci sono tre giovanissimi Djokovic, Wawrinka e Monfils per i quali a Londra è ancora presto, ci sarà tempo (forse). C'è un Berdych ventenne che si ferma soltanto al cospetto di Re Federer e chissà se il suo talento sboccerà definitivamente. Ci sono un Nalbandian e un Ljubicic che deludono e uno Hewitt che nei quarti di finale ha finito la benzina. Il titolo se lo giocano in due: Federer e Nadal, più forti del passato, del presente e del futuro. Alla prima finale sull'erba Rafa subisce un 6-0 nel primo set. Match già scritto? Il maiorchino impara in fretta, è un precoce per vocazione. Trascinerà Roger al tiebreak nei successivi parziali, poi si scoprirà acerbo. Non è una colpa, ha soltanto ventuno anni.

Wimbledon 2007 - Roger Federer b. Rafa Nadal 7-6, 4-6, 7-6, 2-6, 6-2

Umbrella di Rihanna nei cambi di campo, sospiro di sollievo, aggancio a Borg nell'albo d'oro, ma il dominio di Re Federer sull'erba non è più così al sicuro. Ogni anno che passa Nadal impara dalle sconfitte subite contro il più esperto rivale. Un campanello d'allarme per Roger che, a sua volta, non sembra altrettanto recettivo nell'assimilare la lezione quando il suo avversario lo bastona al Roland Garros. L'elvetico sa che quel ventiduenne imbattibile sulla terra rossa potrebbe ben presto attentare al suo regno anche a Wimbledon. Come se già Federer non avesse preoccupazioni, il destino gli recapita in sorte un tabellone più simile alla mela avvelenata di Biancaneve che a una tavoletta di cioccolato regalatagli da Willy Wonka. Del Potro, Safin, Haas, Ferrero, Gasquet: tutti hanno almeno raggiunto una semifinale Slam in carriera, tre di loro hanno addirittura trionfato (o trionferanno) in un Major. Nadal in effetti non dorme a sua volta sonni tranquilli. Incrocia al terzo turno un semi-sconosciuto Soderling destinato a infliggergli la sconfitta più dolorosa della sua carriera nel 2009 - e rimonta due set a Youzhny negli ottavi di finale. Le semifinali sono profetiche: i big 3 e un quarto "outsider" (quell'anno è Gasquet). La finale è un capolavoro di equilibrio. Federer strappa i suoi set soffrendo, Nadal domina il suo avversario quando mantiene alto il livello di gioco. Nel quinto parziale Rafa ha quattro palle break nei primi due game in risposta, due sull'1-1 e due sul 2-2. Non le sfrutta. Chi mai avrebbe detto che proprio il maiorchino avrebbe peccato di cinismo?

Wimbledon 2008 - Rafa Nadal b. Roger Federer 6-4, 6-4, 6-7, 6-7, 9-7

«La finale del secolo», come è stata definita dalla quasi totalità dei commentatori e degli appassionati di tennis. L'apoteosi di Nadal, fino a quel momento il ventitreenne dai capelli lunghi e dalla spiccata propensione per le battaglie sulla terra rossa. Il primo vero scacco al Re Federer, detronizzato nel suo regno di Wimbledon neanche poi così a sorpresa. Quattro ore, quarantotto minuti, cinque set, un'interruzione per pioggia, tre match point sprecati da Rafa: cos'altro potrebbe succedere durante una finale così leggendaria? Succede che Nadal - il lottatore senza paura - trema a due punti dal trionfo nel tiebreak del quarto parziale e commette il più sciagurato dei doppi falli, quello che non può non destabilizzare. Succede che Federer, colui il cui rovescio a una mano è ormai un marchio di fabbrica, ma che preferisce giocarsi con il dritto i punti che valgono, si tiene in vita proprio con un passante di rovescio disperato, impulsivo, non ragionato e per questo baciato dal destino. «Non ne avevo mai giocato uno in tutto il match, pensavo: adesso è proprio finita», confesserà l'elvetico qualche anno dopo. 1980: Borg e McEnroe in fondo sono convinti di essersi consacrati come i migliori finalisti di sempre a Wimbledon. 2008: che i registi incomincino a pensare alla sceneggiatura. Che partano i casting per scritturare Federer e Nadal.

Wimbledon 2009 - Roger Federer b. Andy Roddick 5-7, 7-6, 7-6, 3-6, 16-14

L'insostenibile "pesantezza" di essere Roddick, scriverebbe Milan Kundera. Non deve essere semplice essere considerato la nuova stella del tennis americano nell'era post Sampras-Agassi, confermare inizialmente le aspettative degli osservatori vincendo il primo (e ultimo) Slam in carriera a New York a 21 anni, per poi finire progressivamente in secondo piano, vittima involontaria del dualismo Federer-Nadal ai tempi in cui Djokovic era ancora uno juniores. Già nel 2004 e nel 2005 Andy si era arreso a Re Roger in finale. Troppo indiavolato in campo quello svizzero in apparenza così placido e sorridente, troppo impotente al servizio l'americano, i cui ace a 240 chilometri orari vengono facilmente neutralizzati. Nel 2009 Roddick decide che è arrivato il momento di infischiarsene del fato e di ribaltare i pronostici. Va avanti di un set e prende il largo anche nel tiebreak del secondo parziale, salendo sul 6-2. In quel momento, però, gli dei del tennis gli presentano il conto: Roger allunga il set grazie a un rovescio in controbalzo che supera miracolosamente la rete, mentre Andy spara fuori una banale volee in appoggio. Il segnale è fosco, ma lo statunitense resta in partita fino al 15-14 del quinto parziale, quando il rovescio e la seconda di servizio si arrendono alle trappole crudelmente disseminate sulla sua strada dal destino.

Michela Curcio

[30.6.2020 - 16:41]



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