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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Wimbledon /2

Un decennio di vincitori annunciati
e di finali da romanzo epico


Quali sono le altre otto finali degli ultimi venti anni che hanno scritto la storia di Wimbledon?

Wimbledon 2010 - Rafa Nadal b. Tomas Berdych 6-3, 7-5, 6-4

Alzi la mano chi ricorda Wimbledon 2010 unicamente per la partita infinita tra Isner-Mahut, una battaglia tra Davide e Golia durata tre giorni in totale, undici ore di gioco, 183 game, 216 ace in due e 490 vincenti in tutta la partita. Presi dalle statistiche, ci si dimentica di Berdych: il ceco - fu predestinato (e non Mattia Pascal) - che quasi sboccia in uno Slam, ma che, un po' per sfortuna, un po' per destino, si ferma a un passo dal traguardo. Tra l'altro, contro il Fab 3 potenzialmente meno insidioso da affrontare sul Centrale. Federer-Nadal-Djokovic: soltanto David Nalbandian a Madrid nel 2007 è riuscito a sconfiggerli nello stesso torneo. Tomas si trova davanti Re Roger nei quarti di finale e non ha paura: a momenti Falla lo detronizzava già all'esordio, perché dovrebbe lasciarsi paralizzare dal timore reverenziale? Poi arriva Nole in semifinale. Anche lui ha rischiato al primo turno contro Rochus, nonché è il numero 3 nella successione al trono, perché non credere che l'impresa sia possibile? Berdych arriva in finale da testa di serie numero 12. Per il ranking non è il favorito, ma, da due settimane, le sue vittorie parlano per lui. All'idea di essere l'uomo che interromperà la diarchia Federer-Nadal, invece, il ceco perde ogni sicurezza. Nel 2005 Tomas si annunciava nel circuito maggiore vincendo il Master 1000 di Parigi Bercy a 20 anni appena compiuti. Rimarrà il trionfo più importante della sua carriera.

Wimbledon 2011 - Novak Djokovic b. Rafa Nadal 6-4, 6-1, 1-6, 6-3

A nessuno piace essere un eterno secondo, figurarsi l'eterno terzo, la medaglia di bronzo nel cuore dei fan e alla voce "trofei vinti in carriera". Prima di Wimbledon Djokovic ha perso un unico match in stagione: in semifinale al Roland Garros contro Federer. A Londra gli obiettivi sono due: vincere il primo Championships in carriera e issarsi alla posizione di numero 1 del ranking mondiale nell'epoca di Federer e Nadal. Ed è difficile capire a quale risultato Nole tenga di più. Rafa, comunque, ha tanto da perdere. Com'è possibile che, due trionfi a Church Road dopo, sia ancora il maiorchino sgraziato sulla regale erba di Londra? Sul Centrale Nadal non difende soltanto il titolo, prova a preservare il suo onore. Scende in campo sperando che gli venga riconosciuto che la potenza dei suoi colpi si può adattare a tutte le superfici, vince match dopo match perché sa che essere un numero due, a volte, brucia più di essere un terzo incomodo. Sia a Rafa che a Nole giova che Roger sia fuori dall'equazione. La finale, però, non decolla mai. Nadal si accorge che il suo dritto non funziona e che le sue corse a fondocampo sono inutili e frustranti. Djokovic assomiglia a un personaggio di un film della Marvel: tra lui e Mr. Fantastic sembra non esserci differenza.

Wimbledon 2012 - Roger Federer b. Andy Murray 4-6, 7-5, 6-3, 6-4

Un mese dopo, stesso campo, occasione diversa. In finale ai Giochi olimpici di Londra trionfa Murray, poi Sir Andy. Re Roger si appende al collo la medaglia d'argento e forse riflette che meglio sarebbe stato scambiarsi i trofei. Di Wimbledon ne aveva già vinti sei, per raggiungere Sampras nell'albo d'oro c'era tempo. L'oro alle Olimpiadi quando mai potrà rigiocarselo? Nel 2016, quando avrà 35 anni? O, peggio ancora, nel 2020, con la carta d'identità che gli ricorda le imminenti quaranta primavere? Le semifinali dei Championships 2012 sono (quasi) le migliori possibili. All'appello manca soltanto Nadal, sconfitto nel match di secondo turno contro Rosol e forse traumatizzato e condizionato dai giudizi di chi pensa che due Wimbledon non siano sufficienti. Federer, che ha rischiato una figuraccia nel match di terzo turno contro Benneteau, non è in vena di favori. Prima si diverte - forse anche con un po' di sadismo - a esporre i limiti di un Djokovic che ha scoperto quanto brutale possa essere la pressione della leadership, poi, con crudeltà, recupera un set a un Murray che ci stava credendo fin troppo. Dottor Roger e Mr Federer, per chi pensava che l'elvetico avesse smarrito la fame di trionfi degli anni migliori. Di nuovo lacrime per Andy, alla quarta finale Slam persa su quattro. Il fantasma di Fred Perry continua ad aleggiare su di lui.

Wimbledon 2013 - Andy Murray b. Novak Djokovic 6-4, 7-5, 6-4

77 anni dopo Fred Perry, contro il gemello siamese, per età e per ruolo di disturbatore nella diarchia Federer-Nadal, nell'anno in cui Roger e Rafa, sconfitti rispettivamente al secondo turno da Strakhovsky e all'esordio da Darcis, si presentano in conferenza stampa mai così imbronciati: il Championships sta tornando a casa. O meglio, non lascerà casa. Djokovic sembra imbattibile: non ha mai perso un set prima della semifinale, deve vendicare la sconfitta di dodici mesi prima contro Federer, il rivale da detronizzare a Londra e nel cuore dei tifosi. In semifinale, però, arriva l'imprevisto. Imprevisto che si chiama Juan Martin Del Potro, che piace agli spettatori, perché ha un dritto splendidamente violento e perché è maledettamente sfortunato. Così sfortunato che, senza infortuni, avrebbe vinto molto più di uno US Open. Per piegarlo Nole ha bisogno di cinque parziali. Così, quando arriva in finale, è umanamente sfinito. Anche i robot soffrono la stanchezza, che sia quella delle gambe che non corrono più o della mente che non riesce più a sentire il pubblico che non è mai dalla tua parte. Murray, nel frattempo, si è ripreso dalla sua personale maratona contro Verdasco nei quarti di finale. E poi, non può di nuovo deludere il suo Centrale che dodici mesi prima a momenti si rivoltava contro Re Federer per sostenerlo. In due set su tre Sir Andy si trova in svantaggio di un break, in entrambe le circostanze non dà mai l'impressione di non poter rimontare. Erba di casa mia, avrebbe cantato Massimo Ranieri.

Wimbledon 2016 - Andy Murray b. Milos Raonic 6-4, 7-6, 7-6

A Wimbledon una finale tra outsider vuol dire che il titolo se lo giocano Andy Murray, già campione a Londra tre anni prima e Milos Raonic, canadese dal servizio esplosivo e dal vizio non indifferente di lasciarsi strappare dalle mani tutti i trofei che contano. Vedi Roger's Cup nel 2013, vedi titoli a Parigi Bercy nel 2014 e a Indian Wells nel 2016, vedi le tre batoste a Tokyo e quella al Queen's appena tre settimane prima. Proprio Raonic, di venerdì, ha compiuto un atto di lesa maestà: ha rimontato due set a un Re Federer acciaccato, che chissà se tornerà mai a regnare su Londra. Di domenica, però, non gli riesce il bis: al Sir Andy più famoso di Scozia non importa di essere un buon padrone di casa, né è in vena di regali agli avversari. Lo scozzese ha una missione: prendersi quel primo posto nel ranking monopolizzato dai Big 3 da ormai dodici anni e dimostrare che nel tennis non esiste solo il triunvirato, un po' come se Ringo Starr ricordasse agli altri tre Beatle che, senza la sua vena creativa, Don't Pass Me By non sarebbe mai stata scritta. Andy/Ringo vincerebbe quella finale anche se il suo avversario dovesse scagliargli granate al corpo. Un po' come il servizio a 147 miglia orarie (237 chilometri orari) che Murray neutralizza con una risposta in contenimento e un passante di rovescio.

Wimbledon 2017 - Roger Federer b. Marin Cilic 6-3, 6-1, 6-4

A metà del secondo set, dopo appena un'ora di gioco e con la finale praticamente compromessa, Cilic chiama il fisioterapista a bordocampo e piange. Piange come un bambino, non riesce a controllarsi. Non gli importa che le telecamere stiano trasmettendo il suo meltdown in tutto il mondo. D'altronde, come puoi non disperarti se il destino prima ti ha dato la possibilità di vincere lo Slam dei tuoi sogni e poi te l'ha strappata crudelmente dalle mani perché dall'altra parte della rete c'è qualcuno più "eletto" di te? Crudele a dirsi, le lacrime di Marin inteneriscono a fatica il pubblico. Nel 2017 gli dei del tennis hanno scelto - ancora una volta - di puntare tutto su Federer. Hanno preferito supportare quel quasi trentaseienne sempre sorridente che, dopo sei mesi di stop nel 2016, torna in campo a gennaio, vince l'Australian Open, trionfa nel Sunshine Double, poi si prende altri novanta giorni di pausa e, al rientro, domina sul Centrale di Wimbledon senza mai perdere un set - mai una cavalcata così trionfale gli era riuscita nel giardino di casa. Tabellone facile? Dimitrov negli ottavi di finale, Raonic nei quarti di finale, Berdych in semifinale: il meglio che la Lost Gen può offrire. Forse non si chiama "generazione perduta" per caso.

Wimbledon 2018 - Novak Djokovic b. Kevin Anderson 6-2, 6-2, 7-6

Alla fine anche Djokovic riesce a far emozionare il pubblico seduto sugli spalti del Centrale. Per ricevere l'affetto che ha sempre cercato dai tifosi, a Nole sarebbe semplicemente bastato essere un po' meno invincibile. Il serbo arriva a Wimbledon senza troppe pretese. Ha nascosto nel borsone la maschera da killer spietato, perché sa che, per ogni torneo in cui non trionfa, tutti gli avversari lo trovano un po' meno spaventoso da affrontare. Tre settimane prima al Queen's aveva la possibilità di mostrare al mondo che aveva ancora fame di vittorie, ma Cilic ne ha svelato il bluff, annullandogli un match point. Il Djoker che esordisce contro Sandgren si porta ancora dietro i postumi della sconfitta nei quarti di finale del Roland Garros contro Cecchinato. Partita dopo partita, invece, Nole si ritrova. Senza che i riflettori ne illuminino le prestazioni e approfittando di un tabellone abbordabile Djokovic annulla tre palle break al quinto set in semifinale a un Nadal, per il quale l'erba di Wimbledon è stata più indigesta di quanto non ci si possa aspettare. Poi, in finale, si trova davanti Kevin Anderson, pacato sudafricano, la cui ubris forse è aver pensato di poter vincere uno Slam senza aver mai conquistato un Master 1000 o che, forse, è inviso al destino perché ha rimontato due set a Federer nei quarti di finale o che forse è semplicemente stanco per aver giocato cinquanta game nell'ultimo set della semifinale contro Isner - nascerà per questo motivo il super tiebreak a Londra sul 12-12. Game, set, match: robot.

Wimbledon 2019 - Novak Djokovic b. Roger Federer 7-6, 1-6, 7-6, 4-6, 13-12

8-7, 40-15, due match point al servizio. Potrebbe essere la nuova sequenza di Fibonacci, se non fosse che - un po' come per Hurley in Lost - questa successione di numeri darà per sempre gli incubi a tutti i fan di Federer. Riavvolgere il nastro è necessario, ma doloroso. All'elvetico basta un punto per conquistare il suo nono Wimbledon, il suo ventunesimo Slam. Ha la possibilità di mettere a tacere ogni discussione su chi sia the GOAT (Greatest of All Time) e di riscrivere le leggi del tempo, trionfando in un Major a quasi 38 anni. In tribuna i tifosi lo incitano - anche fischiando Djokovic. «One more», gridano dagli spalti. Basta un ace. Non è difficile. Roger dispone di un servizio insidioso. Non velocissimo, ma tagliato e di difficile lettura. Un'arma capace di spiazzare anche uno dei più forti tennisti del mondo in risposta. Chissà quali pensieri affollano la mente di Federer. Chissà se la paura lo porta a pensare: «Come potrò sostenere il peso della storia sulle mie spalle? Vincere oggi va oltre ogni mio sogno da bambino». Di sicuro c'è che prima il dritto lo tradisce, poi l'ansia di chiudere la partita lo spinge ad avventurarsi con troppa imprudenza a rete. Forse è in questi due momenti che Roger diventa ufficialmente il più grande di sempre. Perché venti anni e venti Slam dopo, è ancora umano, troppo umano (alla Nietzsche maniera), come tutti quelli che lo seguono e tifano per lui, oltre ogni naturale sentimento di empatia.

Michela Curcio

[30.6.2020 - 16:30]



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