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La strage 29 anni fa

Ma Borsellino è "vivo"
come il suo amico Falcone


Il 19 luglio del 1992 è domenica e, come ogni domenica, il giudice Paolo Borsellino va a trovare la madre in via D'Amelio a Palermo. L'uomo che combatte la mafia, che ha raccolto il ruolo di Falcone dopo la strage di Capaci, che indaga sugli intrecci oscuri tra poteri regolari e criminali e che per questo vive blindato, ha un'abitudine di normalità, un gesto da figlio, quasi un tic sentimentale che lo rende umano.

Alle 16:59 di quel caldo pomeriggio estivo un boato fragoroso e potente squarcia la calura di una Palermo che ha ancora negli occhi le immagini di Capaci, dell'autostrada spezzata dal tritolo, del sacrificio del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e degli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Una Fiat 126, parcheggiata davanti al civico 21 di via D'Amelio, dove abita la mamma di Borsellino, riempita con 90 chilogrammi di esplosivo, salta in aria.

Paolo Borsellino ha appena citofonato alla madre quando viene dilaniato dalla bomba. Cinque agenti di polizia muoiono al suo fianco. Emanuela Loi, prima donna della Polizia a far parte di una scorta, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, sono ragazzi che hanno pagato con la vita la scelta di stare dalla parte giusta di una barricata invisibile che in quegli anni si è alzata tra due schieramenti trasversali, chi sta con la mafia e chi contro.

Tra il fumo, la polvere e lo shock in quella via D'Amelio che diventerà uno dei simboli dell'Italia, si confonde tutto. Le vittime e i carnefici, lo Stato e l'anti-Stato, i mafiosi e gli agenti dei servizi. Nella confusione di via D'Amelio c'è chi ha tramato, chi ha ripulito la scena del crimine, chi ha depistato e ancora oggi, dopo 5 processi, non abbiamo una verità né storica, né giudiziaria che chiarisca le dinamiche che portarono a quella che resta una ferita ancora aperta della storia italiana.

Ancora oggi ci chiediamo dove sia finita l'agenda rossa di Paolo Borsellino, un'agenda dell'Arma dei Carabinieri che il giudice portava sempre con sé e della quale non sapremo mai il contenuto, i nomi riportati, gli appunti segnati che potrebbero aprire nuove inchieste e svelare vecchi segreti.

Ancora oggi non sappiamo chi siano i mandanti reali di quella bomba e come sia stato possibile colpire con tanta facilità l'uomo che lo Stato avrebbe dovuto difendere con la massima attenzione.

A 29 anni da quella strage serve riscoprire le parole di Paolo Borsellino. Il 20 giugno del 1992, meno di un mese dopo la strage di Capaci e poco prima di quella di via D'Amelio, fu organizzata, dalle associazioni palermitane, una fiaccolata per mostrare che Palermo, che la Sicilia e che l'Italia tutta aveva voglia di non far finta di nulla. Le strade furono invase da migliaia di persone che dimostrarono come a lottare contro la mafia c'era un popolo orgoglioso, coraggioso e vivo.

"Sono morti tutti per noi - disse dal palco improvvisato il giudice Borsellino - e abbiamo un grosso debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro), collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando in pieno queste gravose e bellissime verità: dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone È VIVO!".

Da queste parole, da questo ricordo che deve essere vissuto come attivo e concreto si può ancora dimostrare a noi stessi e al mondo che anche Borsellino È VIVO.

Claudio Mazzone

[19.7.2021 - 12:00]



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