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Dopo il caso Biles

Il benessere psicologico degli atleti
Cade il tabù di stress e depressione


"Lo stress è un problema serio e diffuso nello sport". Sono le parole di David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi (Cnop). Il riferimento è al ritiro dalle Olimpiadi della ginnasta Simone Biles. L'atleta statunitense ha rinunciato alla finale a squadre di ginnastica artistica proprio per un malessere dovuto ad un forte e costante stress. La ginnasta ha infatti dichiarato: "Mi devo concentrare sul mio stato mentale, non voglio mettere a repentaglio la mia salute e il mio benessere".

Una confessione del genere, nel mondo dello sport (ma non solo), viene fatta con molta difficoltà ed è spesso circondata da un senso di vergogna. "Mentre i problemi di salute fisica sono trattati con rispetto - spiega Lazzari -, quelli di salute psicologica vengono spesso presentati in modo sensazionalistico, come se fosse un tabù o una debolezza parlarne in pubblico". Per questo motivo molti atleti arrivano a confessare le proprie problematiche di salute mentale solo dopo un notevole lasso di tempo. Sono molti, infatti, gli sportivi che soffrono di disturbi di natura psicologica e che per anni nascondono o addirittura negano la propria condizione a causa dell'imbarazzo che ancora oggi circonda il tema della salute mentale.

Il problema dello stress non è da sottovalutare, anche perché "gestirlo non è sempre facile, soprattutto nelle competizioni", continua Lazzari. "È un problema diffuso tra la popolazione perché viviamo in una società troppo competitiva e con ritmi eccessivi. È però fondamentale che queste notizie siano date in modo oggettivo", dichiara il presidente del Cnop all'AdnKronos, spiegando che considerare i disturbi psicologici ad un livello di importanza - se non dignità - diverso dai problemi di salute fisica è "una distinzione inaccettabile e gratuita, che non aiuta nessuno". "Io parlerei della necessità e dell'importanza di poter parlare di queste cose senza vergogna - aggiunge Lazzari - come ha fatto la Biles o il calciatore Lautaro Martinez".

L'attaccante argentino ha infatti recentemente confessato di essere ricorso all'aiuto di uno psicologo per ritrovare il proprio benessere psicologico. Martinez ha dichiarato di sentirsi molto bene dopo la terapia, e i risultati si vedono anche sul campo. Il calciatore interista, infatti, vive in modo più sereno le partite, collezionando meno cartellini gialli.

Biles e Martinez sono i due atleti che più recentemente sono giunti a denunciare un malessere psicologico. Ma altri sportivi li hanno preceduti. È ancora fresco nella memoria di molti appassionati di sport, ma non solo, il ritiro dal Roland Garros della tennista Naomi Osaka. La ventitreenne giapponese ha scritto sui social, lo scorso 31 maggio, di voler lasciare la competizione per la necessità di curare la depressione e l'ansia.

Restando sul campo da tennis, anche la campionessa Serena Williams ha denunciato via social, nell'agosto 2018, di soffrire di depressione post-partum dopo la nascita della piccola Alexis Olympia. Stessa sindrome che ha colpito anche la collega Viktoria Azarenka che nel 2016 ha dichiarato: "Finché ho negato a me stessa di essere depressa, nulla è cambiato, Il momento peggiore è stato quando volevo smettere di giocare a tennis, la cosa che amo di più in assoluto. Avevo il cuore spezzato, vedevo tutto nero. Voler guarire è stato il primo passo verso la luce." Infine, anche il campione André Agassi, tramite le pagine del suo celebre libro Open, ha parlato di una fase difficile della propria vita, con un "odio per il tennis" e la voglia "che tutto finisse presto".

Di depressione hanno sofferto anche il portiere Gigi Buffon, il ciclista Tom Dumoulin, i nuotatori Federica Pellegrini, Gregorio Paltrinieri e Michael Phelps. L'atleta americano, vincitore di 23 ori olimpici, ha dichiarato: "Dopo ogni Olimpiade cadevo in depressione. La prima volta è successo nel 2004, la droga era un modo per scappare. Le persone hanno paura a parlare dei loro disagi e per questo il tasso di suicidi aumenta." Come è successo per Marco Pantani, scomparso a 34 anni, e al portiere tedesco Robert Enke, morto suicida a 32 anni.

Una ricerca della rivista Frontiers in Psycology, risalente al 2017, riporta che il 20% degli sportivi soffre di depressione e la percentuale aumenta con l'aumentare dell'età e l'avvicinarsi della fine della carriera. Per questo risulta fondamentale un incremento dell'attenzione alla salute psicologica degli atleti, non solo in vista delle competizioni internazionali. "Nello sport - conclude Lazzari - la psicologia deve essere vista come una risorsa fisiologica. Ma questo vale anche nella vita. Affrontiamo questi temi con naturalezza, perché noi siamo soprattutto la nostra psiche".

Annachiara Giordano

[28.7.2021 - 11:50]



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