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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
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Il ricordo di Siani

"Da grande voglio fare il giornalista"


"Da grande voglio fare il giornalista". Si intitolava così uno dei primi articoli di Giancarlo Siani, il giornalista ucciso, ad appena 26 anni, dalla camorra il 23 settembre del 1985 a Napoli.

L'articolo, pubblicato nel luglio del 1979 su "Il lavoro del Sud", denunciava con chiarezza e linearità la mancanza, nella carriera giornalistica, di "un iter preciso da seguire - scriveva Siani - se non quello di tentare la strada delle «amicizie» che permette così di poter cominciare a fare esperienza presso riviste o quotidiani, oppure tentare attraverso i corridoi, affollatissimi, dei partiti politici".

In quell'articolo Siani sottolineava come "il problema dell'accesso alla professione giornalistica è sicuramente un punto da chiarire, perché da ciò derivano le storture di una informazione manipolata" e lanciava l'idea di "realizzare una scuola di giornalismo in Campania sostenuta dall'Ente Regione, alla quale si potrebbe accedere con borse di studio". Oggi nella Scuola di giornalismo di Napoli a Suor Orsola Benincasa c'è una sala che porta il suo nome e una borsa di studio a lui dedicata, e forse anche questa è una parte della forza e della potenza della figura di questo giovane martire del giornalismo.

La sua denuncia del 1979 è però purtroppo ancora attuale. Il giornalismo è ancora vittima delle dinamiche che Giancarlo Siani descriveva nel suo pezzo, più di 40 anni fa. Oggi i giornalisti sono ancora fragili e spesso troppo soli soprattuto quando sono oggetto di violenza.

Siani il giornalista lo ha fatto e lo ha fatto così bene da essere ammazzato. È stato ucciso perché raccontava, perché studiava, perché informava. È questo a rendere scomodi i giornalisti, la capacità di far emergere ciò che troppi provano a tenere nascosto sotto veli di ipocrisia e di opportunismo e l'innata voglia di far emergere quei rumori di sottofondo che molti neanche vogliono sentire.

Siani è stato ammazzato dalla camorra in una serata di settembre nel quartiere del Vomero a Napoli, pochi giorni dopo il suo compleanno, pagando con la vita il suo essere giornalista. Eppure Giancarlo ufficialmente non lo era. Quel giovane cronista è morto da abusivo, senza tesserino. Quello era l'iter, un susseguirsi di passaggi lavorativi senza diritti e senza regole che comportava un precariato indefinito. Lo stesso sistema che nel 1979 aveva denunciato nel suo articolo.

Oggi abbiamo il dovere di ragionare su questo, sul fatto che il giornalismo italiano ancora non è difeso e non è protetto nello svolgimento della sua funzione sociale più importante. È ancora abbandonato all'abusivismo riconosciuto e accettato. Perché gli abusivi ci sono ancora e sognano di diventare giornalisti. Ragazze e ragazzi che, proprio come Giancarlo, hanno la voglia di raccontare senza fermarsi alla banalità ma ascoltando i rumori di fondo per farli emerge e raccontarli. Ragazze e ragazzi che, come Giancarlo, si trovano spesso soli ed inermi davanti alle minacce non solo della criminalità organizzata.

Per questo a 36 anni dal suo omicidio Giancarlo Siani è vivo, perché lo sono le sue idee, le sue analisi, le sue parole e le sue battaglie che ancora oggi raccontano la realtà.

Claudio Mazzone

[23.9.2021 - 06:53]



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